Matteo, anche no

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Perché la staffetta sì

Non che manchino i motivi. Che Renzi pensi a Palazzo Chigi fin dai suoi primi passi in politica non è certo un mistero: l’uomo ha notevole autostima e sufficiente ambizione, ed è ipotizzabile che non passi giorno senza lavorare di cesello, nella sua mente, alla Miglior Squadra di Governo degli ultimi 150 anni. E se passi così tanto tempo a pensare a una cosa, magari qualcosa di buono ne esce – per dire, il Corriere già ha una galleria di papabili ministri del Renzi I, ed effettivamente qualche asso nella manica c’è. Quindi, il ragionamento è: Letta ormai è irrecuperabilmente logorato, soprattutto nel rapporto fra il suo governo e il suo partito che continua a rimanere ambiguo, poco chiaro, un po’ sì e un po’ no. Renzi, invece, potrebbe da un lato puntare su una maggioranza (pur di poco) più ampia, probabilmente riuscirebbe a mettere insieme un governo con un briciolo di slancio in più, avrebbe oggettivamente un percorso più agevole per le riforme da cui si parla da sempre, legge elettorale in primis: mettiamolo lì, e sicuramente avrà qualche possibilità in più di ottenere dei risultati, rispetto a Letta. E poi, se davvero ci riesce, e ci riesce bene, se #cambiaverso sul serio, distrugge Berlusconi e Grillo sul loro stesso terreno, diventa il vero “uomo del fare”, e vince elezioni a nastro.

Perché la staffetta no

Ammetto che “il terzo governo senza certificazione elettorale” (che credo sia anche un po’ impreciso, in verità) come tema mi lascia un po’ freddino. Sicuramente sarà un problema, sicuramente sarà sintomo ed effetto di un ulteriore scollamento con la base, ma – problema mio, evidentemente – mi preoccupa di più altro.

Mi preoccupa che, con la staffetta, Renzi in un colpo solo disintegra tutto il capitale politico che ha accumulato finora, costituito essenzialmente dal “mandato dei 3 milioni delle primarie” e dalla narrazione sul pensionamento coatto delle “manovre di palazzo”, e consegna una formidabile arma a Grillo – che non a caso immagino si stia sfregando le mani in questo momento, visto che potrebbe accumulare un ulteriore tassello, stavolta bello grosso, al suo “Vedete? Renzi è uguale agli altri, anzi pure peggio”. Mi preoccupa, quindi, che Renzi corra il rischio altissimo di bruciarsi prima di poter giocare davvero la sua partita. Di scendere in campo senza riscaldamento.

Mi preoccupano i segnali che vengono da una parte della minoranza PD (quella fassinian-cuperliana, diciamo): perché come altro interpretare la richiesta di priorizzare la riforma del Senato rispetto alla legge elettorale, se non come un lunghissimo pantano gettato ai piedi del Segretario, e un’ulteriore spintarella a metterci la faccia in prima persona, per poi rosolarlo agevolmente?

Mi preoccupa il fatto che la rosea prospettiva di “staffetta sì” includa nell’equazione un PD compatto dietro questa scelta, cosa che in realtà difficilmente sarebbe – anche solo perché non va dimenticato che in Parlamento c’è il PD pre-primarie, che continua in buona parte a considerare Renzi un corpo estraneo quando non direttamente un infiltrato.

Mi preoccupa il fatto che puoi pure metterci gli X-Men e i Fantastici 4, ma la maggioranza anomala quella è (compreso il PD poco amichevole di cui sopra), e potrebbe neutralizzare pure il miglior decreto possibile immaginabile.

Insomma, in conclusione, la questione è intricata e apparentemente senza uscita. La situazione certamente non è quella dell’autunno 2011, con la staffetta Berlusconi-Monti che o si faceva o saltava il paese; però quasi tutti stanno giocando, comunicativamente, a farle assumere quei contorni lì: Letta è sfibrato, non può più fare nulla, siamo allo stremo, non c’è più tempo.

Il problema, però, per me è questo: anche se andasse tutto nel miglior modo possibile, se Renzi prendesse il posto di Letta e combinasse le meraviglie che alcuni si aspettano da lui, le ricadute positive – in termini politici – le avremmo fra sei mesi, un anno. I contraccolpi negativi, invece, ce li beccheremmo tutti adesso, e sarebbero pesanti. E forse addirittura tali da risultare, nonostante tutto, irrecuperabili.

Quindi, tutto questo per dire: Matteo, anche no.

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