In difesa delle macchine

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Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro

Questo articolo di Enrico Franceschini, a dire la verità, mi ha fatto venire un po’ voglia di prendere in mano il libro di Brynjolfsson e McAfee citato.

Avendo però già avuto modo di leggere, e con crescente entusiasmo, il libro di Enrico Moretti sulla nuova geografia del lavoro, temo che la scena finirebbe con me che lo scaglio lontanissimo con un certo sadico piacere.

Perché il libro di Moretti sembra proprio l’antidoto perfetto a quella specie di nostalgia neoluddista che, almeno a quanto ne dice Franceschini, sembra farsi strada fra le pagine dei due economisti americani.

Citando Franceschini: “E’ stata questa svolta tecnologica a infliggere un colpo senza precedenti alle masse, afferma il loro studio. La gente ha sempre temuto che nuove tecnologie rendessero obsoleto il lavoro umano e riducessero l’occupazione, ma fino ad ora era sempre avvenuto il contrario: la rivoluzione commerciale del ‘700 e quella industriale dell’800 hanno creato più lavoro, non meno, e diffuso più benessere. Ma la rivoluzione digitale è differente. Con essa i posti di lavoro diminuiscono, anziché aumentare.”

Se c’è una cosa che però il libro di Moretti mostra con grande efficacia, è che le dinamiche occupazionali legate all’innovazione sono molto meno univoche – e anzi assai più incoraggianti, seppur su una base “geograficamente” definita. E lo fa analizzando l’effetto moltiplicatore che il settore dell’innovazione genera nello “spazio” intorno ad esso: “per ogni nuovo posto di lavoro ad alto contenuto tecnologico creatosi in una città vengono a prodursi cinque nuovi posti, frutto indiretto del settore hi-tech di quella città; e si tratta sia di occupazioni professionalmente qualificate (avvocati, insegnanti, infermieri) sia di occupazioni non qualificate (camerieri, parrucchieri, carpentieri).”

Un alto tasso di tecnologia e di innovazione, cioè, non influisce solo, come ovvio, nel mercato del lavoro “di settore”, ma ha ricadute positive anche al di fuori, andando a beneficio dell’intera comunità locale coinvolta. Perché, per l’appunto, in una città dove sono presenti aziende hi-tech verranno a stabilirsi ingegneri elettronici, tecnici, ricercatori, figure altamente qualificate che ricevono stipendi tendenzialmente alti; dunque aumenterà il bisogno di servizi al cliente, sia a livello base (i camerieri, i barbieri), sia a livello più ricercato, diciamo così, perché stipendi più alti vogliono anche dire uno stile di vita più elevato; dunque aumenteranno anche le retribuzioni medie per queste figure professionali meno qualificate, che forniscono servizi ad una clientela più ampia e in crescita. Ovviamente sto semplificando, ma le dinamiche sono queste.

Quindi, sempre per citare Moretti: “La tecnologia cambia il lavoro. Il suo sviluppo, negli Stati Uniti, è stato positivo. L’automatizzazione, in tre decenni, ha fatto perdere un impiego a 400.000 tute blu ogni anno. Nello stesso periodo, però, si sono creati altrettanti posti di lavoro che richiedono al professionista una buona scolarità.” Una scolarità in grado di generare quel capitale umano di competenze, creatività e inventiva che non è replicabile come una catena di montaggio, quindi non è delocalizzabile.

Questo effetto moltiplicatore esiste anche per il settore manifatturiero ”classico”? Sì, certo; ma in quello dell’innovazione vale per tre. Fate voi i conti.

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