Un pensierino

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Come prevedibile, la pubblicazione dell’eNews in cui Matteo Renzi finalmente dona al mondo le linee guida del suo Jobs Act ha innescato uno spettro molto ampio e variegato di reazioni.

Iperattivo Categorico ha fatto cosa buona e giusta e ha raccolto in un unico post le più significative: quelle cioè dei principali attori politici e sociali coinvolti, quelle di alcuni esperti del settore, e perché no anche quelle più folcloristiche, diciamo, che se non altro aiutano a tratteggiare un ritratto del profilo schizoide che a volte assume il nostro dibattito pubblico, quando si toccano certi temi.

Su una delle – folgoranti e puntute, va detto – microanalisi che fa Iperattivo, però, non sono del tutto d’accordo. Questo pezzo di Lorenzo Castellani, a suo parere, consiste in sostanza in un “derubricare tutto ad una mera operazione d’immagine”, secondo un canovaccio molto in voga quando si parla del rottamatore e che viene efficacemente riassunto così: “Della serie: non conosco molto le intenzioni di Renzi e sparo un po’ a casaccio.

Secondo me, invece, il pezzo di Castellani una cosa giusta la dice, anche se in maniera non troppo lineare e certo sotto un titolo incredibilmente fuorviante – “Jobs Act, ecco l’ultima renzata” col resto dell’articolo non c’entra nulla, ma veramente nulla. A me sembra proprio vero che il documento proposto rappresenti, essenzialmente, “una straordinaria arma di comunicazione”: ma questo non ne sminuisce affatto la portata, anzi.

Intendiamoci, le critiche mosse dai commentatori più competenti sono sensate e condivisibili: Ichino, o Alesina e Giavazzi, hanno ragione da vendere quando rilevano la lacunosità o quantomeno la scarsa chiarezza del testo in termini operativi, oppure quando denunciano una timidezza eccessiva su alcuni punti. Quello che abbiamo per le mani è, come viene detto esplicitamente, pur sempre solo un sommario, una serie di linee guida che però devono essere riempite di contenuti dettagliati e precisi – e anche questo è lo scopo del giro per circoli e sezioni che il testo sta facendo in questi giorni.

Ma quello che rischia di venire sottovalutato è proprio il fatto che siano delle linee guida: che sul tema del lavoro cioè siano state finalmente messe nero su bianco delle coordinate, generiche certo, ma che tracciano un percorso definito e su cui tornare indietro non è un’opzione; e soprattutto, che queste coordinate siano state finalmente sdoganate al di fuori del dibattito tecnico e di settore. Un’operazione innanzitutto di comunicazione politica, dunque, il cui compito principale è proprio quello di ridisegnare il modo in cui pensiamo al lavoro, tratteggiarne una nuova visione, generale ma condivisa. Una visione in cui sia dato per scontato che il diritto del lavoro deve essere snello, funzionale e disponibile in inglese; in cui pur nella consapevolezza che il lavoro non lo si può creare per diritto sia chiaro che, invece, contro l’apartheid fra protetti e non protetti si può fare molto, e proprio in quella direzione lì; in cui la formazione, l’aggiornamento, la riqualificazione professionale rappresentino una pietra angolare del sistema di tutele; in cui sostenere la centralità del lavoro significhi riconoscerlo e valorizzarlo tutto, non solo quello dell’operaio, dell’impiegato e dell’insegnante, ma anche quello dell’imprenditore, del venture capitalist o del manager d’azienda, figure talvolta ancora avvolte da un mistico alone di oscura malvagità nel dibattito pubblico italiano.

Quindi certo, aspettiamo i dettagli, ma credo abbia ragione Iperattivo a ritenere che le prospettive, da quanto si intravede, siano abbastanza incoraggianti.

Però, secondo me, anche a leggere questo Jobs Act come “una straordinaria arma di comunicazione” non gli si fa un torto, eh. Tutt’altro.

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