Indovina chi?

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La vicenda “Fassina chi?” può anche instillare, in alcuni animi bendisposti, una sottile  nostalgia per certi momenti d’oro della nostra Prima Repubblica, impreziosita da battutisti di prim’ordine al cui confronto quelli a cui siamo abituati da troppo tempo fanno, umoristicamente parlando, una magra figura.

A me, però, pare che le chiavi di lettura che meglio colgono gli aspetti essenziali della vicenda siano due, che poco hanno a che fare con l’umorismo e il motto di spirito: il gioco delle parti, e il vecchio adagio del dito e della luna.

Il gioco delle parti

So che non è un’interpretazione popolare, ma lo confesso: secondo me ha ragione Cristiana Alicata. Ho visto e rivisto cento volte il video incriminato, e mi sembra che la ricostruzione più attendibile sia quella lì. Il giornalista parla di “rimpasto” e poi continua la domanda, Renzi però inizia subito a rispondere e le voci si accavallano: “ad esempio Fassina” non si sente, e Renzi chiede – ripeto, secondo me genuinamente – “chi?”, perché non ha sentito. Che i cronisti presenti in sala colgano il potenziale comico della situazione, e si mettano a ridere, è più che legittimo: visto che i due notoriamente non si amano, interpretare quel “chi?” come un sottotesto rivelatore di cosa pensi davvero il neosegretario dell’ex responsabile economico ci può stare.

Il punto, comunque, è che “Fassina chi?”, così come viene riportato quasi subito da tutti i giornali, Renzi non l’ha mai detto; è a questo punto, però, che inizia il gioco delle parti.

Fassina rassegna le dimissioni da viceministro dell’Economia, ripetendo mille volte che non lo fa tanto per motivi personali legati alla battuta, quanto per questioni politiche di fondo – mossa retorica il cui effetto scontato è però, per l’appunto, spostare e moltiplicare all’ennesima potenza l’attenzione sulla “battuta” stessa, che nel frattempo è diventata, come si diceva, notizia d’apertura su tutti i giornali online. Sale l’indignazione per la “maleducazione” del giovane rottamatore, si moltiplicano i tweet e gli status che biasimano la sua arroganza, si levano ecumenici appelli all’unità e al rispetto di tutti da parte dei vertici del partito – insomma, che Renzi abbia fatto una battutaccia di pessimo gusto diventa rapidamente verità condivisa.

E il neosegretario, messo quindi un po’ alle strette, che fa? Risponde con uno status su Facebook in cui non rivendica la battuta – attenzione, questo è importante: Renzi non dice mai, da nessuna parte, “È vero, ho fatto una battuta su Fassina” – ma uno stile comunicativo, più chiaro e disinvolto, meno ingessato nei burocraticismi di partito, fatto anche di momenti ironici a cui, dichiara, certo non rinuncerà.

Ecco. Perché, allora, gioco delle parti? Perché alla fine entrambi i protagonisti della vicenda hanno, tutto sommato, ottenuto quello che volevano: si sono ritagliati, in una sceneggiatura condivisa, un ruolo congeniale – per sé e per l’altro.

Fassina, infatti, coglie la palla al balzo, e col pretesto della battuta si toglie da una posizione di governo che vive con sempre maggiore insofferenza, assicurandosi in un colpo solo la tessera numero uno del Pdar, da un lato, e dall’altro un’ottima occasione per riproporre nuovamente il consolidato canovaccio “Renzusconi”, autocandidandosi così come il capofila della “vera sinistra” immune all’infezione del virus di Arcore; e dall’altra parte Renzi, pur con una certa ambiguità, si adegua alla versione ormai ufficiale perché può trasformarla in un ulteriore puntello della sua “narrazione” politica, continuando a insistere sull’asse della contrapposizione “nuovo” (se stesso) vs “vecchio” (in questo caso, Fassina).

Entrambi, dunque, accettano di buon grado la parte che questa vicenda gli cuce addosso, perché funzionale ai loro – pur divergenti – scopi. Tutti vincono, insomma.

Il dito e la luna

Fissarsi sul dito è un tratto tipico dei media italiani, ma anche dei nostri meccanismi di creazione dell’opinione pubblica, e forse in generale della razza umana; è probabilmente per quello, allora, che abbiamo passato tre giorni a discutere del dito (la battuta) senza degnare di uno sguardo la luna gigantesca che avevamo davanti: e cioè che la linea economica che finora ha retto il PD, quella appunto di Fassina, pare ormai incompatibile con quella che prevedibilmente segnerà il nuovo corso del partito.

Una luna gigantesca. E, almeno secondo me, anche piuttosto incoraggiante.

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