Il segretario particolare

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Le percentuali del voto dei circoli PD sono effettivamente una notizia. Con buona pace di Chiara Geloni, però, la “notizia cla-mo-ro-sa” non è che Renzi sia sotto il 50% (46,7 secondo i dati ufficiali), ma che abbia vinto. Doveva arrivare terzo, massimo massimo secondo, visto che si parla pur sempre di un partito che in buona parte lo percepisce come alieno e anzi lo osteggia direttamente (dicono, talvolta non a torto). E invece vien fuori che apparentemente Renzi riscuote fiducia e sostegno da un bel pezzo del partito, che evidentemente in lui si identifica o quantomeno è disposto a fargli fare un giro da segretario.

Si badi: questa vittoria fa ovviamente piacere, ma era davvero inaspettata. Ed è, nonostante si sia sotto il 50%, davvero una vittoria, perché certifica finalmente l’integrazione organica delle posizioni del sindaco di Firenze nell’orizzonte culturale e politico del PD; perché è un bel colpo assestato contro il sacro terrore della mitologica figura del “leader” che da sempre attanaglia la sinistra italiana; e in ultimo perché, se non lo fosse, le reazioni provenienti dagli avversari diretti sarebbero probabilmente più calibrate e meno scomposte.

Adesso che l’attenzione si sposta sull’8 dicembre, però, un paio di considerazioni val la pena di farle.

In primo luogo, Renzi, come si diceva, ha vinto inaspettatamente nei circoli, ma adesso gli tocca fare un risultato pazzesco tra gli elettori. Come nota Claudio Cerasa, la forza del sindaco – e nucleo centrale della narrazione che si è costruito intorno – è la sua capacità di penetrare in bacini elettorali non tradizionalmente associabili al PD e alla sinistra: in queste settimane la sua missione principale è quindi proprio quella di confermare questa forza. Per dire, primo con ogni probabilità lo sarà, ma sotto un 63-65% largo assomiglierà tanto a quella “non vittoria” che tante gioie ci ha regalato. In questo senso si capisce il cambio di strategia: non sarà sfuggito a nessuno, credo, che Renzi è negli ultimi giorni tornato a menare gran ceffoni di qua e di là, e in particolar modo contro la “rottamanda” classe dirigente del PD. Perché finora si trattava di giocare di contenimento, di rassicurare e coprirsi dal lato degli insider, della sinistra più tradizionale; adesso invece bisogna tornare all’attacco, bisogna che il messaggio della rottamazione ritorni chiaro e decifrabile anche per gli outsider. Il secondo tempo, diciamo, della strategia comunicativa del sindaco – dopo le dichiarazioni infuocate del prepartita ed un primo tempo più difensivo. Ed è ovvio che, dall’altra parte, in particolare da una delle due altre parti, si sia già iniziato a rimarcare in ogni momento che però si vota il segretario PD, e quindi quelli che votano devono essere elettori PD: tentativi neanche troppo velati di ridurre un’affluenza che, se molto alta, sarebbe una delle armi più affilate nelle mani del sindaco. Il punto è che d’accordo, certo che si vota il segretario, ma non dimentichiamo che poi il segretario – da statuto – è candidato naturale alla presidenza del consiglio, per quanto (ormai, fortunatamente, da prassi) previe ulteriori primarie aperte ad altri candidati dentro il partito. Non si capisce, quindi, perché un segretario in grado di attrarre anche gente da fuori sia un male, a meno che non si sia introiettato il purismo minoritario ad un livello non più recuperabile.

L’8 dicembre sarà dunque una giornata chiave: ma anche il 9 non scherza. Perché va bene che tutte le mozioni sono pensate per vincere, che “se non pensassimo di vincere non ci presenteremmo neanche” eccetera eccetera, ma tutti e tre i candidati hanno chiuso nel cassetto il piano B, quello da seguire in caso di sconfitta. E lì le cose si fanno interessanti, secondo me.

Renzi, come si diceva, se non fa il botto è finito: cade il perno del suo discorso, lui perde irrimediabilmente gran parte dell’appeal che ha sempre avuto e di conseguenza o rimane intrappolato nel meccanismo del partito, in cui piano piano viene spolpato dai vecchi nemici fino a diventare l’ombra di ciò che fu, o si sfila prima di andare incontro a questo destino peggiore della morte.

Gli scenari però si fanno più interessanti quando ci si rivolge agli altri due (due e mezzo, contando Pittella). Perché si disegnano possibili affinità, convergenze e divergenze niente male. Voglio dire: Pittella, ad esempio, sembra nella visione complessiva molto più vicino a Renzi che agli altri, ma sarà in grado di sottrarsi al senso del dovere partitico che – nonostante i due non si prendano proprio per niente – pare spingerlo più verso Cuperlo? Civati, dall’altro lato, è sulle stesse lunghezze del sindaco quanto a ricambio della dirigenza (anzi, a leggerli sui social network i civatiani sembrano anche più spietati), ma a leggersi il testo della mozione si notano parecchie consonanze con Cuperlo. Che succede, quindi, una volta che – prevedibilmente – Renzi sarà segretario? Si ricomporrà in qualche modo il tandem con Civati, con un patto minimale di conversione del partito, o Civati – per una volta – si adeguerà alla linea dell’Apparato?

Per adesso, quei pochi segnali che traspaiono sembrano indicare come più probabile la prima ipotesi. Le due petizioni per il voto online degli italiani all’estero, ad esempio. Va bene, sono due e invece poteva essere una petizione unitaria, ma il disegno comune dietro è chiaro, e condiviso: mettere la palla nella metà campo della dirigenza attuale, che adesso deve dare una risposta per forza affermativa, pena offrire al mondo un ulteriore segnale di chiusura di cui Civati e Renzi sarebbero molto veloci a servirsi. O anche solo il tweet di ieri, segno che i due comunque, al netto del fandom impazzite l’una contra l’altra armate, si parlano con qualche prospettiva in mente. E perché no, pure l’aver – finalmente – spostato il fuoco dell’ossessiva campagna #101 là dove parrebbe più appropriato mirare.

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