“Risposta alla domanda”

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In questo periodo sto leggendo un bel libro che ho comprato alla Buchmesse di Francoforte di quest’anno – per pochi spiccioli, tra l’altro: che è la gran figata della Buchmesse di Francoforte, e ti fa superare pure il fatto che si tenga a Francoforte.

Un libro che – banalizzando – parla del rapporto complesso fra scienza e democrazia, nel senso della problematizzazione che si genera nelle società democratiche quando su temi sensibili si incontrano, e si scontrano, le competenze dettagliate e specifiche di un gruppo ristretto di esperti e il valore democratico della partecipazione (più o meno) universale dei cittadini. Banalizzando ulteriormente,  su alcune questioni la linea di demarcazione fra rivendicare il diritto alle proprie opinioni e pretendere di aver diritto ai propri fatti (che in inglese suona molto meglio, va detto) è assai sottile, e le procedure attraverso cui a una società democratica tocca decidere se e come la ricerca può andare avanti sono complicate, incerte e contestabili: provare a osservarle un po’ più da vicino, e vedere come se ne può ragionevolmente uscire, è il tema del libro.

Ora, capite bene che l’occasione sarebbe ghiottissima per un bel pezzo sulla situazione italiana, intriso di tragico benaltrismo d’ordinanza e lamentazioni classiche. Non mancherebbero neanche ragioni fondate, poi: e non si tratta certo solo di cogliere al balzo la palla della deputata  fissata con le sirene, o quello dei microchip sotto pelle, o quella antivivisezione (fresh out of 1872!) per denunciare la clamorosa ignoranza scientifica che regna da noi. Perché alla fine questi casi fanno colore, se ne parla e li si condivide (con indignazione o sostegno, a seconda) sui social network, ma la pratica scientifica e la ricerca, anche in Italia, si sanno difendere abbastanza da minacce del genere, e fortunatamente gli organi di controllo (a livello nazionale ed europeo) sono spesso all’altezza del compito che devono svolgere.

Poi però arrivano quelli che si fanno prendere un po’ troppo da queste retoriche, e fanno blitz che alla fine causano danni sul serio.

Poi però finisce che la stampa e i mezzi di comunicazione, quando affrontano un tema scientifico in cui magari da una parte ci sono analisi e ipotesi pubblicate su riviste prestigiose (perché ci sono metodi per cercare di garantire il prestigio e l’affidabilità delle riviste, e per quelle scientifiche in particolar modo) e dall’altra uno scienziato che sostiene una tesi contraria in un oscuro articolo apparso in una raccolta semisconosciuta, si affidano al sempre comodo “la comunità scientifica è divisa”, e perché no montano su una vera e propria campagna intorno al canovaccio delle multinazionali cattive e del povero ricercatore buono tenuto fuori perché “fa paura” e minaccia troppi interessi (delle predette multinazionali e delle case farmaceutiche, ovvio).

Poi però anche chi ha la reputazione di essere l’alfiere dell’andare a vedere come stanno realmente le cose e del pensiero critico, quando si parla di scienza rivela di seguire un metodo che proprio metodologicamente corretto non è.

Poi però segui un po’ il dibattito italiano sugli OGM, e allora ti attrezzi di conseguenza, ti stampi la tua bella copia dell’immagine elaborata da Ingo Potrykus, te la metti in borsa e la tiri fuori ogni volta che cadi in una discussione sul tema, sperando che si riesca a ragionare e non finisca a schifìo.

E quindi un pezzo sull’analfabetismo scientifico in Italia ci starebbe tutto.

Ma io volevo scrivere di un’altra cosa, di una frasetta posta all’inizio del libro che mi permette, invece, di chiudere con una per certi versi inspiegabile nota di ottimismo.

Proprio in apertura del primo capitolo, l’autore parla della crescente erosione dell’autorità scientifica che, dai trionfalismi settecenteschi, è diventata bersaglio privilegiato nel corso del ventesimo secolo (e ovviamente mica solo per ignoranza o incomprensione, anche per ottimi motivi teoricamente fondati), e conclude dicendo che “l’ottimistica eredità dell’Illuminismo è sempre più messa in discussione”.

Ecco, io vorrei richiamare un attimo l’attenzione su quell’eredità ottimistica che ci ha lasciato l’Illuminismo: giusto per far notare che quando ci pensiamo, di solito, commettiamo un errore di prospettiva. O meglio, guardiamo dalla parta sbagliata. Perché pensiamo subito alle magnifiche sorti e progressive, alla storia che ha una direzione e che punta sempre in avanti, al gioco a somma zero fra civiltà e barbarie con la prima che procede in modo costante e la seconda costretta ad arretrare sempre di più, e allora ci viene fin troppo facile smentire questo sguardo eccessivamente roseo.

Ma l’ottimismo illuminista è un altro, è un’altra cosa: è, per l’appunto, quello che nasce quando ci si accorge che, per conoscere un po’ di più, per capire meglio, per trovare un pezzetto della chiave, non abbiamo bisogno di altre cose che stanno fuori di noi, né di divinità né di rivelazioni, ma di ragione e razionalità, osservazione, metodo, analisi. Tutte robe che abbiamo dentro, nella testa, ed è con l’Illuminismo che l’abbiamo capito in maniera chiara, precisa e – soprattutto – irrevocabile.

E, se ci riflettiamo un attimo, non è poco.

Anzi. È quasi tutto.

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