Quattro candidati a Malopasso

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Lette tutte le mozioni dei candidati, si tratta, come si diceva una volta, di fare il punto e tracciare un bilancio. E due-tre cose secondo me si possono tirare fuori, da una prospettiva più generale ad una più specifica.

1) Il documento congressuale è morto, viva il documento congressuale

La prima impressione chiara che emerge dopo la lettura è che questo tipo di formato, di supporto, è inevitabilmente un residuo del passato, inadeguato a quelli che – presumibilmente – saranno i nuovi modi della partecipazione politica. Che non è una roba grillina, eh: molto più semplicemente, è come scrivere una lettera di quattro pagine, con introduzione, oggetto, forme di cortesia e saluti, invece di mandare una mail coi bullet point.

Probabilmente rimarrà, questo tipo di documento, ma sempre più ad esclusivo uso e consumo erotico di feticisti delle ritualità partitiche, gente che si legge tutti i programmi prima di ogni consultazione elettorale per trovare nero su bianco le cristallizzazioni delle proprie ipotesi dietrologiche, o prova autentico piacere fisico quando riceve la convocazione per un’assemblea della sezione locale – e sia inteso senza denigrazione, visto che – lo ammetto – pendo pericolosamente da quelle parti.

Fatto sta che è ormai quasi impossibile immaginare che qualcuno davvero si prenda tutti i malloppi e se li legga uno per uno, in una fase in cui la comunicazione politica si svolge (anche e soprattutto) attraverso altri canali e secondo altri linguaggi – per dire: si capisce molto di più del programma di Renzi dallo streaming della Leopolda, o di quello di Civati dai post del suo blog. Non che tutto si esaurisca lì, ma è chiaro che trovare un formato adatto, complementare a questo tipo di comunicazione e adeguato sia ai contenuti che ai nuovi contenitori, è sempre più necessario. Il rischio è che lo spazio per le proposte venga sommerso da quello dedicato alla fuffa – che pure ci deve essere, ci mancherebbe, ma un minimo di moderazione, per cortesia.

2) Le cose che mancano, e che abbiamo in comune

 Una in particolare, manca, ed è un progetto esteso e convincente di riforma della giustizia. Tutti e quattro ne parlano, ma sempre entro i limiti strettissimi dell’ortodossia farloccamente di sinistra che, sul tema, si è venuta delineando in questi anni di travaglismi ed eroismo ingroian-dipietrista.

Come dire: ricordate il vecchio adagio di Blair, Tough on crime, tough on the causes of crime? Ecco, i quattro sembrano voler essere assai tough sul malfunzionamento della giustizia italiana, ma sulle cause strutturali pare non vogliano proprio mettere mano. Segno tangibile che la pregiudiziale dell’antiberlusconismo a prescindere continua a non mollare la presa proprio là dove sarebbe più necessario abbatterla; e macchia tanto più grave nella narrazione politica di un candidato, Renzi, che della lotta all’antiberlusconismo a prescindere ha fatto un punto di forza, e nella cui area di riferimento figurano personalità molto vicine alla sensibilità radicale sul tema (come, ad esempio, Roberto Giachetti).

Pregiudiziale antiberlusconiana che è evidentissima anche su un altro punto mancante, quello delle modifiche alla Costituzione. Pure qui, le ricette sono le stesse più o meno per tutti: il titolo V da cambiare, l’auspicabile fine del bicameralismo perfetto, le autonomie… Tutti aspetti, cioè, che lasciano fuori il punto centrale, la possibilità di una riforma in senso presidenziale o semipresidenziale dell’assetto istituzionale. Chi ne parla direttamente (come Cuperlo, ad esempio) la critica con argomentazioni insulse, chi ne tace o abbozza (Renzi) mostra eccessiva pavidità : tutti segnali del fatto che, anche in questo, si è scelto di assecondare un certo tipo di vulgata feticista, e della consapevolezza che, con Berlusconi ancora troppo fresco nella memoria politica della gente, chi tocca i fili muore.

3) Hit-parade

Alla fine, è difficile confutare quanti sostenevano che, con la pubblicazione delle mozioni, poco sarebbe cambiato. I dubbi rimangono, alcuni addirittura diventano certezze poco piacevoli, altri lasciano intravedere problemi di posizionamento difficili da sbrogliare. È quindi parecchio complicato provare a stilare una classifica basata esclusivamente sul testo delle mozioni, anche perché a seconda del parametro di riferimento si ottengono risultati piuttosto diversi. Per dire: Cuperlo è quello chiaramente più a suo agio in questo formato, ma contenutisticamente fa abbastanza spavento; Renzi lo leggi in dieci minuti e ti lascia l’impressione che non ci fosse scritto praticamente nulla, ma quel poco che si intravede (in termini di visione) sembra di un altro livello. Pittella, comunque, ha dalla sua la forza dell’anonimato, e quindi tutto quello che si stacca dall’ortodossia dell’apparato lascia il piacevole sentore di una bella sorpresa (Bad Godesberg l’ho già ricordato, vero?); Civati pare quello che ci tiene di più, a dirigere il partito, tuttavia è chiaro che potrebbe ritrovarsi a guidare un fronte molto ampio ma dalle posizioni (è un eufemismo) decisamente variegate – il che fa sospettare che il vero rischio di dover gestire una coalizione ingestibile ce l’avrebbe lui, molto più che Renzi.

L’unica conclusione legittima, dunque, è che l’orizzonte è rimasto più o meno lo stesso.

E questo blog, di conseguenza, continua a sperare che vinca Renzi.

Ma – occorre confessarlo – senza molto entusiasmo. Più precisamente, senza quell’entusiasmo, pur sobrio, che invece animava le giornate di fine 2012.

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