Giuseppe Civati, “Dalla delusione alla speranza”

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Il documento congressuale di Pippo Civati è lungo 70 pagine. E questo si sa, è stato detto ovunque.

È troppo lungo? Sì, non stiamo a menarla. Ovvio che sia più preciso, più dettagliato degli altri, le proposte sono delineate più chiaramente, ma 70 pagine sono troppe per chiunque alla politica si interessi soltanto e non la faccia già attivamente: e proprio perché si tratta di una mozione congressuale, quindi con intenti anche di propaganda, la quantità di fuffa è oltre il livello di guardia. Sia chiaro: ondate di fuffa fanno bella mostra di sé anche nei documenti degli altri candidati, ma qui – vista l’estensione – si nota molto di più. A tagliarla, magari il testo veniva meno immaginifico, ma i punti interessanti rimanevano e ce la si spicciava in metà tempo. Gli scritti si limano, limandoli.

La sensazione generale però, dopo averlo letto, è quello di una specie di dissociazione.

Perché sarà che è lunghissimo, ma dentro ci sono un po’ tutti i Civati che abbiamo conosciuto, da quello della prima Leopolda a quello che “non si adegua”.

Ed è proprio questo a creare l’effetto di dissociazione: perché come si fa da una parte a far trasparire, come un sottotesto, una traccia liberale sui temi ad esempio del lavoro (la bozza di Tito Boeri, il modello scandinavo e danese in particolare) e della PA (con addirittura cenni a quelle pratiche di benchmarking su cui tanto insiste Pietro Ichino), e dall’altra a volersi fondere con Sel e Landini? Come si fa a rimproverare alla sinistra italiana di non essere riuscita a diventare veramente moderna ed europea, e al tempo stesso volersi mettere in prima linea per “rivitalizzare l’Internazionale Socialista”? A mettere insieme la necessità delle riforme, di cambiare radicalmente il Paese, con l’intangibilità totemica della Costituzione, nascondendosi dietro lo stratagemma retorico del “prima dobbiamo pensare a darle piena attuazione”?

Poi uno approfondisce, si mette qualche passo indietro per vedere meglio l’insieme, e si accorge che in realtà questa dissociazione complessiva si gioca su due livelli.

Da un lato, quello delle proposte e delle iniziative specifiche, si trovano probabilmente alcune fra le cose più interessanti e sensate (e sia inteso a partire da un’ottica liberal) dette dai quattro candidati. Ma dall’altro lato, quello della visione generale, dei richiami all’album di famiglia (Vandana Shiva, diosanto, Vandana Shiva!), delle parole d’ordine,  – sarò impopolare, ma in una parola: la fuffa, per l’appunto – Civati paga pegno a quel posizionamento tattico che in questi mesi è stato sicuramente un investimento oculato, per certi versi, garantendo visibilità e capacità di penetrazione in settori dell’opinione pubblica lasciati scoperti dal resto del partito, però risulta alla fine anche molto angusto e limitante: l’unico spazio di manovra concesso, a ben vedere, consiste nel riprendere e rilanciare anacronistici capisaldi identitari di noi-che-siamo-quelli-veramente-di-sinistra, con variazioni sul tema davvero minime.

Anche sul tema dell’organizzazione del partito, dove pure Civati è fortissimo: l’influenza di Fabrizio Barca è chiara, ma è tutta sempre declinata strizzando l’occhio a suggestioni di democrazia diretta e non-mediata à la M5S. Civati ha in mente un partito organizzatissimo, tra l’altro (unico fra i quattro) finalmente affronta il nodo della distinzione fra iscritti ed elettori colpevolmente lasciato aperto nello statuto del partito in termini vaghissimi (e pesantissimi: gli “elettori”, alla fine, sono oberati di doveri e missioni evangelizzatrici che ne fanno in pratica degli apostoli senza tessera); ma tutto sembra fatto apposta per poter dire “Vedete? Quel tipo di partecipazione è possibile anche qui, non è che le potete fare solo con i 5stelle!”. Come dire, ci si vorrebbe dirigere dalle parti del “partito-palestra”, del “partito-scuola” di Barca, corpo intermedio privilegiato in costante dialogo e interazione con altri corpi intermedi; ma l’impressione è che si rimanga invece bloccati in una specie di sublimazione dei meet-up grillini. Che, in termini di partecipazione informata e di trasformazione in aspettative politiche e amministrative realistiche e attivabili, non è proprio il tipo di “salto di qualità” di cui il PD ha bisogno.

Insomma, un peccato, davvero; perché sarà pure fuffa, ma il timore è che purtroppo ciò che rimarrà nella testa di chi legge sia proprio quella.

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2 Pensieri su &Idquo;Giuseppe Civati, “Dalla delusione alla speranza”

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