Matteo Renzi, “Cambiare verso”

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Una cosa, a leggere il documento di Renzi, la si capisce subito: le coppie binarie magari sono una buona idea per i cartelloni, vanno bene in un discorso a braccio, ma in un testo non funzionano.

E questo testo, già di suo, non è che funzioni benissimo.

Il problema è che non è un testo, è una base per quello che potrebbe diventare un buon discorso. Ricalca pure troppo la strategia retorica e i tic comunicativi del Sindaco, quelle frasi catchy, quel gusto per le formule alternative (e più accessibili) da sostituire ai termini tecnici della politica e della politologia, che invece fanno bella mostra di sé nei documenti di Cuperlo e Pittella. Non che sia necessariamente un male: ma lo stile riconoscibile e inconfondibile è il tuo primo obiettivo quando sei l’outsider, non quando hai il ruolo di strafavorito cucito addosso. Quello che serve adesso a Renzi è una piattaforma agile finché si vuole, ma precisa e ben definita: e in questo il documento è un compito riuscito solo a metà, ma neanche.

Io, per dire, avevo parecchi dubbi, mi sembrava che Renzi, pur di pararsi a sinistra, stesse perdendo per strada quanto di buono c’era nel programma delle primarie 2012, e come molti mi dicevo “Mah, aspettiamo il testo della mozione, poi vediamo”. E quando invece del testo della mozione quello che ti viene presentato è una specie di sbobinatura ampliata del discorso inaugurale, il problema è che i dubbi rimangono lì.

Eppure, le cose che mi piacevano allora mi sembra ci siano ancora: le idee sul lavoro, sulla burocrazia, la semplificazione normativa, i diritti civili, la rivendicazione esplicita di voler rivolgersi a tutti, di voler pescare in tutti i bacini elettorali, anche solo la consapevolezza che, per essere credibili, prima di chiedere all’Europa di rivedere i parametri dell’austerity bisogna fare le riforme. Siamo tutti d’accordo sulla necessità tattica di rimodulare alcuni punti del discorso, ma l’aver deciso di coprirsi a sinistra riprendendo – e talvolta rilanciando – un certo frasario tipico (e la finanza, e le banche, e la casta, almeno ci vengono risparmiati il liberismo e i suoi derivati) conferma, almeno per me, che il rischio del clamoroso autogol è proprio dietro l’angolo.

Quello che dà più fastidio, tuttavia, è l’impressione che Renzi si sia davvero messo d’impegno per scoprire il fianco alla solita, vecchia critica di non avere veramente a cuore il partito: perché va benissimo, è più che giusto che il partito sia uno strumento e non l’obiettivo, ma qualcosa, e qualcosa di preciso, bisognerà pur farci.

Qui però, oltre all’importanza dei militanti, la centralità dei territori, l’orrore per il correntismo e il repertorio classico sul concetto di leader, non ce n’è traccia. Neanche di quella cosa che doveva essere il “partito pensante”.

Insomma, io avevo deciso di sospendere il giudizio, e attendere altri dati, altri documenti, altre idee, altre proposte.

Poi è arrivato il testo della mozione. E siamo da capo.

Il punto è che io mi starei anche stancando di aspettare. Qualcuno riprenda il Renzi del 2012 e ce lo riporti, per favore.

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