Gianni Pittella, “Il futuro che vale”

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Il documento congressuale di Gianni Pittella dà fin da subito l’impressione di essere stato scritto da uno che sa non solo di non poter vincere, ma anche di non poter nemmeno puntare al podio – che però in una gara a quattro vuol pur sempre dire arrivare ultimi. E quindi da un lato è tirato via, scritto male, pieno di errori che una semplice rilettura avrebbe rimosso in un attimo, ma dall’altro è fatto con leggerezza, addirittura con divertimento: si vede proprio che parlare di certe cose, fare certi nomi (tanti), richiamare certi passaggi storici (evoca Bad Godesberg, ci rendiamo conto? Già solo per questo, stima) gli piace davvero.

Rispetto a Cuperlo, poi, ha un vantaggio, minimo ma – almeno agli occhi di chi scrive – non trascurabile: entrambi funzionari di partito, di lungo corso e grande esperienza, Cuperlo vuol sembrare giovane, Pittella no. Cuperlo cerca, infilando qua e là qualche modo di dire e qualche frase fatta, di imbastire una “connessione sentimentale” (cit. Fassina) con le nuove generazioni, generando però così un effetto di notevole goffaggine – come quando sei con i tuoi amici e arriva tuo padre e si mette a dire “ganzo”; Pittella sa che non ha speranze, su quel fronte, e quindi si accontenta di parlare a un pubblico con cui ha già una certa dimestichezza, e con un tono sobriamente classico.

Poi, certo, su molti temi c’è una triste e micidiale consonanza: la critica alla “finanziarizzazione dell’economia”, al “ristretto paradigma produttivo” del solito neo-liberismo, beni comuni a pioggia, la tensione verso un “post-capitalismo” in cui sia possibile “promuovere nuove forme di mercato basate sulla reciprocità e sulla ri-scoperta del dono e della gratuità delle persone”. Ed è un peccato, perché sulla parte più direttamente propositiva i fondamentali sembrano proprio esserci, soprattutto sulle politiche per il lavoro, dove finalmente si sente parlare di lifelong learning, mobilità lavorativa, tutele omogenee, semplificazione normativa e modelli nordeuropei. Anche la prospettiva sui diritti civili, per dire. Ma pare sempre tutto reinserito in un discorso generale che è, alla fine, il solito marchio di fabbrica della trionfante leadership PD degli ultimi anni.

Tuttavia, io, se fossi Matteo Renzi, una bella chiacchierata con Pittella me la farei. Potrebbe uscirne qualcosa di buono, davvero.

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