Gianni Cuperlo, “Per la rivoluzione della dignità”

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A leggerlo, il documento congressuale di Gianni Cuperlo è un po’ come quando vai dal barbiere e chiedi il solito taglio. Magari avresti anche voglia di provare qualcosa di diverso, ma alla fine caschetto e frangetta ti stanno tutto sommato bene, son comodi, richiedono una manutenzione minima, e quindi perché cambiare.

Nulla di inaspettato, intendiamoci: la mozione Cuperlo è, diciamo così, quella più classica. Ma è curioso notare come anche lui insista moltissimo su quello che potrebbe essere il titolo del prossimo congresso, per quanto è condiviso da tutti e quattro i candidati: bisogna cambiare il PD, bisogna cambiare questo PD. Ed è buffo che poi però uno si legge il testo e si accorge che per Cuperlo magari il PD va cambiato, d’accordo, ma quanto proposto ed elaborato dal PD negli ultimi anni invece va benissimo così.

Perché le cose, più o meno, quelle rimangono. Il fermo rifiuto di “leaderismi solitari”, “personalizzazione della politica”, “riformismo senza popolo” (si scrive “Berlusconi e Monti”, ma si legge “Renzi”) che vuol anche dire no ad ogni tentazione in senso presidenziale, in quanto soluzioni “estranee alla nostra storia” ed esposte al rischio di derive populiste (motivazioni di cui si fatica a cogliere la cogenza, come spiega bene Gianluca Briguglia qui e qui). La Costituzione va benissimo così com’è, anche se va toccato il titolo V, superato il bicameralismo perfetto, ridotto il numero dei parlamentari, cambiata la legge elettorale. Il liberismo brutto e cattivo (“senza freni e vincoli”, “antipolitico”) e l’Europa arcigna dell’austerity, la spesa pubblica che va riqualificata e non ridotta, la centralità del lavoro la cui legislazione attuale è perfetta: siamo dalle parti del Fassina più classico, evidentemente. Il tutto condito dall’abituale goffaggine ex-PCI su temi come questioni di genere e tecnologia: se devi ripetere che le ragazze sono “spesso le migliori”, e se finisci a parlare di “diritti umani delle donne”, forse non ci hai capito granché. E una frase come “E’ già il tempo dell’internet delle cose e questa è un’opportunità straordinaria per il Paese del ‘saper fare’ per eccellenza” non dovrebbe comparire in nessun programma politico, nel 2013 (come dici Guglielmo?).

In più, qualche citazione qua e là di due mise che in questo scorcio di 2013 si portano moltissimo, papa Francesco e i beni comuni; e stando sempre bene attenti, comunque, a richiamare in ogni momento “l’ultimo ventennio” come periodo critico, cesura decisiva, inizio della fine eccetera – che è pur sempre un buon modo per rimettere Berlusconi al centro della scena, pur non nominandolo, perché insomma, i nostri che leggono Travaglio non è che possiamo lasciarli proprio senza niente.

E c’è, in fondo, un’idea di partito grossa, ampia, enorme, che guidi “la riscossa civile, economica e morale del Paese”, che sia “molto più che un collegamento tra la società e le istituzioni” (e così diamo pure una sistemata a Fabrizio Barca), che sappia “ribellarsi alla dittatura del presente, alla gestione ordinaria del potere, alla tendenza a occupare la società anziché rappresentarla”. Certo, poi ci sono dieci brevi punti programmatici al riguardo, ma ad essere maligni potremmo commentare “solo cose belle”.

P.S. Forse una piccola nota di un qualche interesse dietrologico e psicanalitico può essere pescata in una frasetta messa lì, alla fine del documento.

“Non sarà il riformismo dall’alto a cambiare la nostra società. Dobbiamo dirlo con chiarezza: è stata questa un’illusione. Ora si deve correggere la rotta.” Condivisibile, certo; ma anche una frase che, se si ripensa a Cuperlo, alla sua storia, e alla traiettoria del D’Alema 1998, lascia in bocca quel retrogusto a metà fra autoanalisi e parricidio.

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