Contro beni e luoghi comuni

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Ermanno Vitale, Contro i beni comuni. Una critica illuminista

Dopo questa ottima recensione che è anche un ottimo articolo in generale, non è che rimanga molto da dire su questo libro, ma qualcosa secondo me sì. Perché questo libro va consigliato, ma come dire – in due tempi. Come strumento, e come esercizio.

Come strumento, perché tutta la prima parte è il meglio dell’armamentario concettuale da dispiegare contro l’imperante retorica dei beni comuni, contro il suo eclettismo raffazzonato e le sue ben sospettabili derive totalitarieggianti, o quantomeno subdolamente conservatrici.

Ma anche come esercizio, perché la seconda parte – forse proprio perché vuole essere construens, rispetto ad una prima in forma di destruens – cade un po’ in alcuni degli errori denunciati nei manifesti benecomunisti. Non solo, e non tanto, l’anelito retorico e una certa vaghezza, che pur minori rispetto alle altre pietre di paragone sono per certi versi connaturati alle intenzioni; quanto piuttosto il cedimento ad un catalogo lessicale e concettuale che, a pensarci, risulta un pochino inaccurato. Perché la distinzione continuamente ricordata fra liberalismo (categoria politica) e liberismo (categoria economica), come fossero cose strutturalmente diverse e anzi quasi contrapposte, è un tipico errore italiano; perché l’insistenza sul “neoliberismo” sregolato e rapace è una concessione ad uno strumento descrittivo la cui natura è molto più retorica che analitica; perché “privatizzazione del mondo” è una figura evocativamente efficace, ma euristicamente caricaturale: dipinge la dinamica in corso in modo iperbolico finendo però col travisarne in parte il senso, la direzione, il punto.

Esercizio ulteriore, allora, di critica illuminista: che ci si armi dunque di sobrietà e rigore argomentativo, e si vadano a snidare quei passaggi in cui, senza accorgercene, stiamo commettendo errori molto simili a quelli contro cui puntiamo il razional dito. Perché poi, alla fine, sì, sarebbe davvero tanto, tanto bello se, come dice Vitale verso la fine,  autori come Smith, Montesquieu, Kant – ma anche, aggiungerei io, Rawls, o Sen – diventassero finalmente, sul serio, nostri.

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