Microfisica del sandalo tedesco

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Non sono certo io a dover spiegare perché indossare un paio di Birkenstock è un’azione da intraprendere con circospezione, sospetto e disponibilità a una pronta marcia indietro. Basterebbero i motivi elencati qui – anzi, volendo se ne potrebbe aggiungere uno ulteriore. Se c’è una lezione che la letteratura e il cinema contemporanei ci hanno insegnato, è quella di Michel Houellebecq e di David Cronenberg: il nostro corpo è il nemico, un nemico contro il quale combattiamo una guerra perenne e votata alla sconfitta. Dunque mostrare al mondo i piedi, fondamento fisico del corpo e della nostra civiltà di esseri eretti, ma che come tutti i fondamenti è necessariamente anche impuro, potrebbe non essere un’idea troppo brillante.

E’ però soprattutto il filosofo che sente dentro di sé un moto di rigetto, il filosofo  che ha letto Adorno e Benjamin, e prova a costruire costellazioni di concetti da usare come una mappa per osservare e comprendere i suoi simili. Perché il solo nome evoca categorie e immagini che, unite e sistematizzate dallo sguardo indagatore, delineano la fisionomia di un tipo umano preciso e inconfondibile. Basta dirlo, “Birkenstock”, e subito si schiude davanti agli occhi un immaginario fatto di decrescita felice, omeopatia e memoria dell’acqua, anticapitalismo gucciniano e narrazioni vendoliane, naturalismo becero e spiritualità da mercatino dell’irrazionalismo, insomma una generica sloganistica alternativista che per me rappresenta, come potrete immaginare, un’approssimazione piuttosto aderente al Male con la M maiuscola.

Tuttavia, anche il sociologo fa sentire la sua voce, e dunque pone il problema: questo tipo di retorica, per quanto efficace, ha comunque un raggio d’azione limitato; come si spiega, allora, il successo planetario dei Birkenstock? Come si spiega che anche in questo caso, analogamente a quanto avvenuto ad esempio con Kleenex, il brand abbia soppiantato il prodotto nella sua funzione designativa? Cosa ha reso Birkenstock, da nome proprio, un nome comune (di sandalo aperto di manifattura tedesca)?

Per di più, il sociologo empirico pretende che nell’analizzare il fenomeno si assuma, oltre a quella dell’osservatore, anche la posizione dell’attore, direttamente coinvolto in ciò che si intende spiegare: e quindi sono andato e li ho provati – anche perché sto per andare in vacanza e, banalmente, mi servono.

Che dire. Comodi son comodi, anche parecchio; il senso di frescura, poi, c’è davvero, inutile negarlo. Eppure, tutto questo non basta: l’orrore per quell’immaginario, convogliato in maniera così potente da un oggetto apparentemente tanto inerme, rimane più forte di ogni egoistica considerazione di utilità, necessità, praticità.

Dunque sono rimasto giorni e notti così, bloccato, stretto fra l’interesse personale racchiuso in un acquisto sensato e ragionevole, da un lato, e dall’altro il rifiuto insormontabile di un significato che eccede, in maniera mirabile, il significante concreto in cui è incarnato. Giorni e notti di riflessioni, argomenti e controargomenti, in sostanziale impasse. Finché un giorno, come talvolta accade, un commento di un’amica, su Facebook, mi ha fatto capire. Un commento di poche righe, in calce a uno status sul tema sandalo sì/sandalo no, ma che per me ha avuto il valore di un’epifania euristica grandiosa e inaggirabile: “Infradito Birkenstock viola forever!”.

E mi è stato tutto chiaro, finalmente. Perché i Birkenstock, forse non lo sapete dal momento che proprio come me, con ogni probabilità, siete rimasti incastrati nell’immaginario tipico da essi evocato, esistono di altri colori che non siano cuoio fricchettone o marrone consunto: ce ne sono viola, rossi, azzurri, neri, addirittura di plastica fluo, quanto di più sintetico e finto si possa sognare per una scarpa aperta. Ed in quel momento ho capito, prepotentemente, che quell’immaginario può essere combattuto da dentro, in maniera immanente, con le sue stesse armi. Con i Birkenstock, appunto. Inaugurando e stimolando, fra gli interstizi dell’universo Birkenstock, pratiche di microresistenza offensiva: rivendicando gioiosamente la plastica, l’innaturalità dei colori, l’artificialità dei materiali. Contro la retorica che si è impadronita di quell’universo in maniera unilaterale, colonizzandone ogni aspetto ed ogni spazio e trasformandolo in un veicolo di propaganda potentissimo. Ecco: approntare una controffensiva interna, in puro spirito foucaultiano, potremmo dire. Appropriarsi dei margini e spararli come proiettili contro il centro, per rovesciare l’immaginario – operazione ambiziosa, ma pur sempre possibile, anche quando si parla di sandali tedeschi.

E allora, in conclusione, che dire: auguratemi buone vacanze, nei miei nuovi, plasticosissimi Birkenstock neri.

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