Pioggia di rane e uomini di paglia

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Alcuni dei blogger e dei giornalisti che seguo con più interesse quando voglio trovare opinioni intelligenti su certe questioni politiche – per dirne uno, Francesco Nicodemo – hanno una particolare predilezione per Alessandro Gilioli, quello di “Piovono rane”.

Ammetto che talvolta mi riesce difficile capirne il perché.

Nella sua rubrica di oggi, Gilioli parte da delle dichiarazioni di Ivan Scalfarotto, indicative di alcune posizioni tipiche di Matteo Renzi, per andare a vedere un po’ più da vicino l’impostazione politica del rottamatore, e avverte: guardate, voi vi proponete come sinistra “moderna” ed “europea”, ma fate attenzione che l’idea che avete voi di sinistra pare essere “molto (ma molto) ferma agli ultimi anni Ottanta, alle elaborazioni che si fecero in un tempo in cui c’erano ancora il comunismo e i suoi ammiratori anche di qua, mentre la globalizzazione e la speculazione finanziaria erano ai vagiti, e il fallimento crudele del neoliberismo era ancora da venire.

Ora, so che state pensando che io stia assumendo sempre più i tratti del difensore d’ufficio di Matteo Renzi, ma vi giuro, non è così. La critica di Gilioli, poi, a ben vedere è piuttosto mite e generosa: acclarata la bontà della rottamazione degli attuali dirigenti PD come autoevidente, il vero problema è semmai, dice Gilioli, la fumosa vaghezza di una pars costruens che continua a non farsi vedere. C’è di peggio, diciamo (wink wink!)

(Ecco, qui permettetemi però un inciso: la pars costruens, a cercarla, c’è eccome; e consiste ancora nel programma delle primarie, preciso, dettagliato, uscito perdente dalla competizione – è vero, certo – ma che molti come me sperano rimanga il riferimento della piattaforma politica del sindaco, laddove le slide di Gutgeld paiono piuttosto un’involuzione.)

Il punto che mi sta a cuore, però, è la rappresentazione che Gilioli dà delle prospettive in campo, ideologiche e politiche, e che a me sembra un’immagine calzante dell’immobilità del dibattito italiano, disperatamente stretto fra quelli che definirei due giganteschi uomini di paglia del tutto funzionali ai loro costruttori. Mi rendo conto che detta così suona un po’ oscura, ma l’unico modo che mi viene in mente per provare a spiegarla è, forse, sotto forma di breve apologo.

C’erano una volta, in Italia, due gruppi di persone, dalle idee politiche molto, molto distanti, che per semplicità chiameremo “destra” e “sinistra”.

Un giorno, quelli di sinistra si accorsero che, dialetticamente parlando, gli riusciva molto più facile mettere insieme una rappresentazione grottesca ed abbastanza ridicola delle posizioni che loro ritenevano avessero quelli di destra (nota bene: che loro ritenevano avessero quelli di destra) e scagliarcisi contro: era quasi inevitabile vincere contro quella specie di mostro, le sue posizioni erano talmente assurde, rozze ed odiose che bastavano poche argomentazioni semplici semplici per farci una gran figura. Eressero così un grande uomo di paglia, ci appiccicarono sopra dei cartelli con su scritto “Neoliberismo”, “Cancellazione dei diritti”, “Faremo a pezzi l’articolo diciotto”, e iniziarono soddisfatti a maledirlo e ad additarlo come la causa di tutti i mali che affliggevano il loro paese.

Nel frattempo, quelli di destra seguivano il cantiere di quelli di sinistra con molto interesse: si accorsero, infatti, che anche loro potevano trarre vantaggio da tutto quel lavoro. Da tempo si erano abituati ad utilizzare, nei loro scontri con quelli di sinistra, parole d’ordine e argomenti piuttosto generici e banali, basandosi su una descrizione grottesca ed abbastanza ridicola delle posizioni che loro ritenevano avessero quelli di sinistra (nota bene: che loro ritenevano avessero quelli di sinistra) dipingendoci sopra scenari apocalittici di morte e distruzione casomai quelli lì avessero mai preso il potere. Quando videro l’omone di paglia tirato su da quelli di sinistra, non ci potevano credere: quella roba lì gli facilitava incredibilmente il compito, e gli permetteva di tirare avanti ancora un bel po’ con quella loro strategia retorica. Allora costruirono anche loro un enorme uomo di paglia, lo dipinsero tutto di un bel rosso acceso e si diedero di gomito l’uno con l’altro, soddisfatti, dicendosi “Vedete? Alla fine, quelli lì sono e rimangono sempre i soliti comunisti”.

I due uomini di paglia rimasero in piedi, per anni e anni e decenni, a dominare il paesaggio e a disegnare i confini del dibattito politico legittimo; ogni tanto, quelli di sinistra attaccavano un nuovo cartello su uno, e quelli di destra davano una nuova mano di vernice sull’altro. E andò avanti così, per sempre, con i due gruppi che in questo modo si gettavano a braccia aperte e con entusiasmo verso un declino generalizzato.

E vissero tutti indignati e incazzati, ma – sotto sotto – anche abbastanza soddisfatti.

Ecco. Fuor di apologo, questo è quello che vorrei dire: che se qualcuno, a sinistra, cerca di convincervi che la colpa è del neoliberismo sfrenato, del turbocapitalismo che erode tutti i diritti, delle multinazionali e della deregulation, diffidate: usa termini che più che analitici sono in realtà essenzialmente costruzioni retoriche, rappresentazioni obsolete e arcaiche di dinamiche e prospettive teoriche che davvero nulla hanno a che fare con una posizione liberale in politica e liberista in economia. E se invece qualcuno, a destra, vi dice che “sinistra” è quella roba lì, anche lui ha il cervello col freno a mano tirato, e anche lui ha davvero poco idea di cosa sia una posizione liberale in politica e liberista in economia. Entrambi, insomma, stanno ben coperti dietro una posizione semplice e semplicistica, che permette di ragionare al risparmio: loro sono i cattivi, noi siamo i buoni, e avanti così. Entrambi si creano un’immagine ridicola e grottesca (e soprattutto: inesatta) delle cose che pensa l’avversario, delle posizioni a cui fa riferimento, e costruisce le proprie di riflesso. Mi sbaglierò, ma a me sembra che il dibattito politico italiano, a grandi linee, sia imprigionato in questo schema. Non si tratta di “andare oltre le ideologie”, che poi secondo me non vuol dire molto; si tratta, piuttosto, di prenderle sul serio queste ideologie, ma veramente,  e provare seriamente a farci i conti, al di là, per l’appunto, delle rappresentazioni raffazzonate che si trovano in giro

Gilioli, che è preparato e intelligente, nel giochino degli uomini di paglia secondo me un po’ ci casca; magari non mani e piedi, come si dice, ma con un pezzetto di ginocchio, e un paio di falangi, sì. Tutto qui.

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