Little box of horrors

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Se siete italiani (e se state leggendo questo blog o lo siete, o avete una comprensione della lingua decisamente buona, i miei complimenti), avrete probabilmente acquisito una certa familiarità con l’espressione “boxino morboso”. Come noto, trattasi della colonnina di destra presente in molti siti di giornali on-line, a partire da Repubblica.it, in cui trovano posto notizie – rigorosamente corredate di gallerie fotografiche – che potremmo definire a metà fra il piccante e lo scollacciato, ad usare un lessico tintobrassiano.

Ora, non ho intenzione di avventurarmi nella diatriba sullo statuto ontologico e morale del detto boxino – diciamo che non credo che sia una mercificazione del corpo o un’offesa alla dignità delle donne (ma non sono una donna, non posso esserne certo), ma nemmeno chi liquida le critiche come bacchettonismo moralista mi convince, e la giustificazione secondo cui “se non ti interessa, non clicchi, ma se clicchi, vuol dire che sotto sotto magari non ti dispiace che ci sia” mi sembra un po’ paracula – ma penso valga la pena sottolineare che da qualche mese ha fatto la sua comparsa sul lato sinistro di Repubblica.it un’altra specie di rubrica fissa (se si può chiamare rubrica): la versione italiana dell’Huffington Post. Un’altra diatriba in cui non ho intenzione di avventurarmi è quella fra i beatificatori di Arianna Huffington e chi crede invece che sia una specie di anticristo del giornalismo in terra, anche perché la mia conoscenza diretta della materia prima è piuttosto limitata: l’Huffpost originale l’ho aperto poche volte, lo ammetto, ma penso tutto sommato che abbia ragione chi parla di un giornalismo prima di Arianna Huffington e un altro dopo.

La versione italiana magari non è malissimo, eh, alcuni dei blog ad esempio vale la pena di seguirli, però va detto che talvolta, in quanto a sensazionalismo avventato e arraffa-clic, il boxone di sinistra ha poco da invidiare ai boxini di destra. L’ultimo caso, particolarmente eclatante, è di un paio di giorni fa, e riguarda il tormentone dell’estate: Matteo Renzi segretario PD sì/Matteo Renzi segretario PD no. A seguito dell’intervista che il sindaco di Firenze ha dato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, in cui ribadisce che vorrebbe diventare capo del PD “non per cambiare il partito, ma per cambiare l’Italia”, l’Huffington de noantri titola gigante “Il PD è un fine, o un mezzo?”.

Io non credo che ci si debba dilungare eccessivamente a spiegare l’assurdità di una frase del genere: a parte che considerare il partito un fine in sé è, volendo, una cosa un filino stalinista, dovrebbe essere autoevidente che un partito è sempre un mezzo, uno strumento per ottenere qualcos’altro. Un aggeggio che serve per strutturare una visione di governo, per creare un raccordo fra società civile e stato, per allenare le persone alla pratica democratica e alle regole del gioco. Quindi facciamo così, questa stronzata non la commentiamo – anche se ovviamente è stata più che sufficiente per lanciare a razzo le legioni di antirenziani a prescindere, che hanno immediatamente colto la palla al balzo e hanno aggiunto lo scandalo del “partito-taxi” alla loro già nutrita lista di qualunquismi.

Quello che varrebbe la pena considerare, invece, è perché Renzi stia in questi giorni alimentando un po’ di ambiguità sulla coincidenza fra segretario del partito e candidato premier. Chi gli vuole male dirà che ha cambiato idea solo perché fiuta la possibilità di vincerle davvero, le primarie per la segreteria, e chi gli vuole bene invece dirà che sta finalmente capendo quanto sia vitale la solidità del legame che unisce il premier col partito di cui è espressione, solidità garantita solo quando il leader del partito e del governo sono la stessa persona.

Ora, io su questa cosa qui continuo a pensare, nonostante tutto, che non sia male tenere distinte le due figure, almeno potenzialmente, tramite un sistema di primarie aperte da cui possa uscire un candidato premier che può essere il segretario, ma magari anche no. E però, se Renzi dice quello che ha detto, vuol dire che qualcosa nel PD sta effettivamente succedendo; ma non credo sia necessariamente un segnale beneaugurante.

Perché che Renzi non sia portato per fare il segretario, che non se la senta davvero, non mi pare un mistero: lui sa benissimo di dare il meglio come candidato alla guida del governo, sente quel ruolo come più congeniale, lontano da una vita di partito vista come una cosa grigia, vecchia, stantia. Secondo me lo schema che aveva in mente prevedeva una segreteria rinnovata, e un partito diverso, nuovo, che lo seguisse lealmente e con fiducia nella sua corsa verso Palazzo Chigi: una versione più soft e a parti invertite rispetto al D’Alema ’98, diciamo. Se invece si candida, enfatizzando la regola dello statuto che prevede il segretario – candidato premier, credo voglia dire una cosa sola: il partito, nonostante dichiarazioni di stima e apprezzamento praticamente tutti i giorni prima e dopo i pasti, non ha smesso di percepirlo come un corpo estraneo, e farà la qualunque per metterlo in un angolo e lasciarlo lì. Magari rinsaldando il patto di sindacato che ha portato a Epifani segretario, alle brutte magari col piano B rappresentato da Fassina, che poi è un po’ come dire Bersani – fase due.

Alla fine, io, lo ammetto, spero che Renzi comunque si candidi, e che continui però a puntare a primarie aperte, per la premiership. Un percorso blairiano, diciamo, ma bisognerà vedere se il partito è pronto per quel percorso lì, che passa da una riforma della sua implicita Clause IV e da un ideale congresso a Bad Godesberg.

In ogni caso, qualcuno porti i popcorn. Probabilmente serviranno.

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