Il personalismo è politico

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In vista del congresso PD – che si terrà ancora non si sa quando (e da più parti riecheggia uno stentoreo “Fissa la data, Guglielmo fissa la data!”) – Bersani, a quanto pare, ha deciso di ridiscendere in campo su uno dei temi che hanno attraversato la sua campagna elettorale come una costante: un forte e netto no alle “tentazioni personalistiche” nel partito.

A parte l’ovvio e implicito riferimento a Matteo Renzi, quello che io trovo più interessante di questo tipo di retorica politica è, per l’appunto, il suo essere una retorica. Voglio dire: se uno spende un po’ di tempo a rileggersi la vicenda del PCI, del PDS, dei DS e alla fine del PD, si accorge che se c’è un filo rosso (sia inteso senza ironia) che unisce queste storie è proprio lo schema di un leader, il segretario, che modella il partito a sua immagine e somiglianza (magari con la parziale eccezione di alcuni reggenti temporanei, tipo Natta), trattandolo un po’ come roba sua e spesso al di là del gioco di correnti – con vincenti e perdenti, e con i vincenti che, come dicevano gli Abba, “si prendono tutto”.

Il sacro terrore dell’uomo forte è contraddetto dai fatti: davvero qualcuno potrebbe seriamente sostenere che, per fare solo due dei nomi più prestigiosi nel pantheon della sinistra italiana, Togliatti o Berlinguer non fossero uomini fortissimi, soli al comando, leader carismatici e tanti altri luoghi comuni sul genere? Da sempre, la dinamica del partito, nelle sue varie incarnazioni, è stata nella sostanza ultrapersonalistica, con leader forti che una volta giunti al comando dettavano una linea sostanzialmente coincidente con se stessi; ma, al tempo stesso, questa cosa non si può dire, non può essere rivelata, perché noi veniamo dal fascismo e quindi se c’è una personalità forte e carismatica, che può efficacemente rappresentare la funzione di guida che i partiti dovrebbero svolgere, è subito un ducetto, un piccoli-dittatori-crescono, un attentato alla Costituzione e un pericolo per la democrazia. Uno strabismo che, alla fine, ha portato la sinistra italiana ad essere una delle pochissime ormai rimaste al mondo a non aver mai affrontato esplicitamente il tema della leadership, confinandola in una visione sbilenca di categorie che ormai, altrove, sono già da tempo acquisite nel cuore del dibattito politico.

Per questo, quando si dice “Prima i programmi”, per carità, sono d’accordissimo, ma subodoro la fregatura, ed una riproposizione dello stesso schema, una volta di più.

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