Foucault a Lipsia

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Probabilmente, se seguite un po’ le questioni di genere, vi sarà caduto l’occhio su questo articolo di Repubblica: all’Università di Lipsia, a quanto pare, si è scelto di usare il femminile dei titoli per tutti i docenti e i ricercatori – anche i maschi, che dovranno quindi abituarsi a sentirsi chiamare “Herr Professorin”. Reazioni ce ne sono state già parecchie – è una provocazione astuta e intelligente, no è giusto una baggianata, serve, non serve a niente – senza dimenticare la straordinaria chiusa dell’articolo di Repubblica, che pur tra qualche sorrisetto divertito non esita: “indubbiamente è mille volte meglio di femminicidio e discriminazioni sessiste così diffuse altrove”, una cosa che in quanto ad attinenza, senso delle proporzioni e legittimità del paragone nulla ha da invidiare a una colossale stronzata. Ma si tratta pur sempre del buon Andrea Tarquini, autore di perle come quella meritoriamente passata al setaccio da Matteo Bordone, quindi certe cose uno un po’ se le aspetta, diciamo.

La storia in realtà è piuttosto interessante, secondo me, e per un paio di motivi.

In primo luogo, beh, l’inversione di una gerarchia simbolica – soprattutto quando è legata ad una struttura di dominio, cioè quasi sempre – è di solito una buona notizia, no? Alla fine, tutte quelle robe di cui discutiamo da quarant’anni, differenza, decostruzione eccetera, stringi stringi hanno soprattutto questo come obiettivo: rovesciare i rapporti fra i concetti che si cristallizzano in rapporti culturali, sociali, politici.

Poi, la tempistica: pur provenendo dalla Germania, una notizia come questa ha naturalmente un impatto molto forte in Italia, in un momento in cui la sensibilità pubblica riguardo ai temi della discriminazione di genere e soprattutto della violenza sulle donne è particolarmente acuta. E leggere di azioni simboliche di questo tipo, per di più, inevitabilmente ti porta a pensare (con un artificio retorico ben esemplificato dalla chiusa dell’articolo) “Eh, però lì sono evoluti, da noi, quando mai” – mentre se uno va a leggersi i dati, ci sono differenze di ranking enormi, ma anche in Germania il gap di genere non è che sia proprio poca cosa.

L’aspetto più interessante però, secondo me, ha più a che fare con ciò che questa iniziativa ci dice sul rapporto che, un po’ candidamente, pensiamo esista fra individui, pratiche e contesti sociali. O meglio, sulla semplicità con cui ci rappresentiamo questo rapporto che invece semplice proprio non è.

Dietro l’osservazione, piuttosto banale in verità, che ben altro servirebbe per raggiungere la parità di genere, che aggiungere una desinenza a dei titoli accademici, si nasconde infatti un’immagine un po’ ingenua dell’influenza che le strutture e le pratiche sociali hanno sugli individui, tesa fra due estremi metodologici entrambi poco realistici: da un lato, l’idea che noi si possa, semplicemente attivando un comportamento che si gioca nella sfera del simbolico, provocare automaticamente un mutamento strutturale nel contesto sociale e politico in cui ci troviamo; dall’altro, l’idea che questo contesto si rifletta direttamente in noi, che ne saremmo attraversati e formati praticamente senza alcuna mediazione. Insomma, da una parte una visione riduzionista della società, dall’altra una visione riduzionista dell’individuo. Come se si pensasse che gli attori sociali venissero definiti dai processi sociali senza alcun intervento attivo da parte loro, senza alcuna dinamica interpretativa, sostanzialmente senza identità; ma che, praticamente all’opposto, questi stessi attori sociali potessero trasformare radicalmente il mondo in cui si trovano con una parola, quasi ne fossero i dominatori assoluti e incontrastati, senza trovare alcuna resistenza nella cosa in sé, diciamo.

Ecco, a leggere questo articolo mi sono venuti in mente prima Foucault, e la sua idea che in realtà i soggetti propriamente non esistano, e siano solo i punti di incrocio di flussi di potere, e poi una specie di antiFoucault, un costruttivista estremo convinto che la società non sia altro che la derivazione diretta dei nostri pensieri e delle nostre intenzioni. E la parità di genere, a pensarci, forse avrebbe bisogno di altro.

In conclusione, come dire: l’iniziativa è simpatica, sicuramente una provocazione, certo allude a un problema reale e grave e chiaramente chi l’ha proposta è perfettamente consapevole che servirebbe ben altro; il rischio, però, è che venga mediatizzata in modo tale da farne un nuovo, ennesimo specchietto per le allodole dietro il quale sentirci a posto con la coscienza. Perché ok che io sono maschio, ma secondo me la stragrande maggioranza delle donne, in accademia e non solo, preferirebbe che fosse garantita la possibilità anche a loro di arrivare a certe posizioni, indipendentemente dal titolo che queste si portano dietro.

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