Metti una mattina a Francoforte senza il 12

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Francoforte non è un bel posto dove vivere.

La dimensione ridotta, un certo goffo internazionalismo e il gruppetto di grattacieli disorientati nel centro città si mescolano creando un distillato di provincialismo sui generis, per cui l’eccitante presunzione di immaginarsi nel cuore pulsante del vecchio continente in realtà lascia molto presto spazio alla ben più prosaica sensazione di trovarsi in un angolino del pancreas, al massimo. Con clima prussiano, per di più, e circondati da tedeschi che indicano lo skyline e pieni di orgoglio ti sussurrano “MAINHATTAN”, senza apparente senso del ridicolo.

Ora, Francoforte come noto è però anche la sede delle più importanti istituzioni finanziarie europee, e soprattutto della Banca Centrale, privilegio che ne fa la destinazione preferita per le proteste organizzate contro l’austerity e il predominio bancario del capitalismo rapace (non ho messo le virgolette giusto per non appesantire e rendere bene l’atmosfera dell’argomentare, ma spero sia chiaro che nemmeno gli spazi fra le lettere di questo tipo di vocabolario mi appartengono).

L’ultima si sta svolgendo proprio in questi giorni; e a simboleggiare l’intrusione dei sussulti globali nelle nostre piccole vicende quotidiane, ha costretto me e molti altri come me a rivedere le proprie strategie di avvicinamento al luogo di lavoro. Infatti,  a causa della manifestazione prevista per venerdì a Willy-Brandt-Platz, sede della Banca Centrale Europea, il traffico dei mezzi pubblici nell’area è stato sospeso; e se non siete mai passati da Francoforte, probabilmente non avete idea di cosa significhi non avere tram di superficie e metropolitane sotterranee che passino per una zona così centrale – in particolare, e i francofortesi autoctoni o acquisiti ben lo sanno, la mai abbastanza lodata linea 12.

Un disagio minimo, certo, facilmente risolvibile – almeno per quanto mi ha riguardato – anticipando di qualche minuto l’uscita di casa e prendendo due metropolitane invece del solito tram; ma pur sempre un disagio. Che mi ha fatto riflettere, come penso sia successo anche ad altri, sulla vecchiezza del format di questo tipo di protesta, soprattutto considerando il tipo di rivendicazione in gioco.

Lo sciopero, il corteo, le manifestazioni tese a una sospensione della quotidianità, potremmo dire all’interruzione di un servizio, a me sembrano funzionali al tentativo di promuovere visibilità per qualcosa che visibile altrimenti non sarebbe. Si provoca una specie di epoché della normalità per gettare luce su un problema posto al di sotto della nostra soglia di attenzione, per smuoverlo all’interno del perimetro del dibattito pubblico. Per dire “Sappiate che esiste anche questo, e bisogna rendersene conto”. Per costringere un movimento dello sguardo.

Ma le rivendicazioni come quelle di Blockupy non hanno a che fare con una visibilità negata, o con la spinta a modificare il livello di percezione sociale di un problema; si giocano invece sul tentativo di orientare il dibattito su questioni specifiche, in modo da aggregare sostegno ad una prospettiva alternativa e renderla così politicamente attivabile. Non si tratta di visibilità o di riconoscimento, dunque, ma di attrazione del consenso. La quale richiederebbe, però, forme di manifestazione diverse dall’infliggere un disagio; forme in grado di attirare e incuriosire, di creare interesse e partecipazione, piuttosto che farti salire su un sentito “Oh no, diosanto, che rottura di coglioni”.

E pensare che, volendo, un format di questo tipo c’era già, pronto all’uso, spostandosi molto poco indietro nel tempo e rimanendo invece addirittura fermi nello spazio: per diversi mesi, infatti, fra 2011 e 2012, lo stesso movimento aveva occupato l’area verde nella piazza, davanti alla Banca Centrale, con tende, stand e palchetti, creando una specie di campeggio dedicato, in cui si svolgevano dibattiti, attività, piccoli concerti la sera. Passavi di lì, e magari ti fermavi a curiosare, a dare un’occhiata, provavi anche a parlare con qualcuno e scoprivi che, al netto di slogan francamente assurdi e tardoadolescenziali, poteva esserci sotto qualcosa di più articolato, di più ragionato. Trovavi uno spazio di discussione in cui l’interlocutore probabilmente – nel mio caso, sicuramente – aveva idee diversissime dalle tue, ma un minimo di argomenti sensati li aveva letti da qualche parte, e riusciva a esporli. Certo, c’era quello “capitalismo no poiché brutto”, ma mischiato in mezzo ad altro – soprattutto, non era l’unica voce presente, soverchiante, scandita in slogan da stadio.

Ripeto, io non ho alcuna simpatia né condivisione per una visione del mondo di questo tipo. Mi sembra un messaggio vecchissimo, arcaico. Ma passare lì in mezzo mi dava l’idea che, in fondo molto in fondo, un dibattito sensato fosse possibile. Vedere un corteo come quello di questi giorni, invece, no.

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