M5S, Lega e teoria dei sistemi

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Rileggere le cose dette e scritte negli ultimi mesi sul Movimento 5 Stelle fa venire in mente quella vecchia storiella ebraica della coppia che litiga sempre e decide perciò di andare dal rabbino per risolvere la questione una volta per tutte.

Il rabbino riceve prima il marito, e sentite le sue lagnanze gli dice “Eh, effettivamente hai proprio ragione”. Poi è il turno della moglie; il rabbino la ascolta e poi conclude “Eh, effettivamente hai proprio ragione”. Il suo assistente, stupito, congeda la coppia e poi gli domanda “Ma come, maestro, avete dato ragione sia al marito che alla moglie? Ma come è possibile, se dicevano l’uno il contrario dell’altra?”. Al che il rabbino lo guarda e fa: “Eh, effettivamente hai proprio ragione”.

Ecco, sul M5S verrebbe da dire che hanno avuto ragione un po’ tutti: chi lo vedeva come un movimento sotto sotto di destra, chi ne parlava come una seconda e ancora più sui generis costola della sinistra, quelli che “è Grillo il vero nuovo Berlusconi, padre-padrone del suo partito”, quelli degli #spiragli (cit. Christian Rocca), quelli che li temevano e quelli che ci speravano. Hanno avuto ragione un po’ tutti perché pezzetti di verità e di interpretazioni sensate sono disseminati più o meno in tutte queste posizioni, e se ciò da un lato indica che comunque si tratta di un fenomeno politico complesso e variegato (che a me – valutazione personalissima – continua ancora 1) a non piacere; 2) ad apparire profondamente di destra; 3) a spaventare), dall’altro dimostra che ragione fino in fondo non l’ha avuta nessuno.

Questo weekend di amministrative, però, segnato da quello che eufemisticamente potremmo definire un ridimensionamento del peso elettorale dei grillini, ha quantomeno mostrato come uno dei filtri interpretativi usati si sia rivelato inadeguato: quello dell’analogia, pur con tutti i distinguo del caso, con la nascita della Lega. Similitudini ce n’erano; ma, a rigor del vero, anche parecchie differenze notevoli. La traiettoria pareva essere comparabile: movimenti di protesta con poche parole d’ordine abbozzate ma facilmente riconoscibili, nati e cresciuti in un clima di sfiducia diffusa nei confronti dei partiti e della politica in generale, in uno scenario dai contorni pseudoapocalittici sistematicamente enfatizzati. Però, a parte che confrontare Casaleggio con Miglio potrebbe risultare comunque un pochino ingeneroso,  le condizioni intorno erano e sono molto diverse da quelle dei primi anni Novanta, che videro i primi exploit elettorali dei bossiani, sia in termini di evoluzione partitica che di contesto economico e sociale. Inoltre, la Lega ha scippato a tutti i movimenti “di protesta” nati dopo il tema principe della gestione iperlocalizzata delle risorse, che garantisce una presa piuttosto salda sul fantomatico territorio e in molti casi ha permesso, unito a mille altri fattori, di avviare gli esperimenti di amministrazione leghista di comuni e province – alla base del successo del “partito di lotta e di governo” nonché della sua longevità, visto che si tratta pur sempre, se non erro, del partito più anziano attualmente in parlamento.

Eppure, non credo che abbia ragione chi, visti i risultati M5S di questo fine settimana, ne prevede un progressivo abbassamento fino alla sparizione, più o meno silenziosa, in tempi brevi, in attesa che si faccia vivo il prossimo contenitore del voto di protesta. Credo invece che la batosta subita servirà ai cinquestelle per proseguire, diciamo così, sul percorso della specializzazione sistemica: per assestarsi stabilmente nel corpo politico italiano come espressione di un voto di protesta, antipartitico, progressivamente slegato dall’effettiva gestione e amministrazione del potere, e sopravvivere e prosperare svolgendo (all’interno del sistema) quella funzione lì. Già le sparate seguite al voto di fine febbraio lasciavano intravedere una tattica tesa ad alzare sempre più la posta per costringere gli altri proprio là dove li si vuole (in questo caso, “il governissimo dell’inciucio”); ma la sconfitta generalizzata di queste ore penso spingerà decisamente Grillo & Casaleggio a puntare quasi esclusivamente alle politiche, da giocarsi cavalcando in maniera strutturale i temi dell’antipolitica, della protesta e dei “segnali” ai partiti.

Per questo, non credo ci sia molto da festeggiare dalle parti del PD. Certo, si può tirare il fiato – se quella era una non vittoria, questa possiamo pure definirla una non sconfitta – ma brindare già alla scomparsa di un competitor pericoloso è politicamente prematuro, oltre che tragicamente miope. E non solo perché con affluenze di questa consistenza, davvero, c’è poco da stare allegri; ma anche perché più che allo sgretolarsi di un movimento che ha avuto un picco e fisiologicamente si appresta a declinare, credo ci si trovi di fronte ad assestamenti di una strategia – materia su cui comunque Grillo e Casaleggio fessi non sono – che sarà sempre più spostata 1) su temi di protesta; 2) su una prospettiva nazionale. Volendo, anche il caso di Parma sembra rientrare molto più in questo tipo di categorie che in quelle legate di solito al voto locale: Pizzarotti, alla fine, è stato eletto soprattutto grazie alla percezione di novità generalizzata che il M5S si porta(va) dietro rispetto agli altri partiti, visti come marciume vecchio e incancrenito, ben più che per effettivi programmi di gestione del comune (la vicenda dell’inceneritore insegna, direi).

Secondo me, quindi, ci aspetta un M5S che tirerà sempre più la corda, e proporrà sempre meno – o meglio, sposterà ancora di più le sue proposte in quell’area grigia in cui si incontrano l’irrealizzabile, il qualunquista e l’ideologico estremizzato. Che si farà sentire su macrotemi generici e palingenetici, per marcare una differenza netta fra sé e gli altri, coltivando accuratamente il voto di protesta per poi passare all’incasso alle prossime politiche – per farci cosa, però, francamente lo sa iddio.

Magari, alla fine, il paragone con la Lega non era proprio così peregrino.

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