Aperture, chiusure e spifferi

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Quando Guglielmo Epifani dice di non credere “a un segretario eletto da una base troppo ristretta”, dimostra in un colpo solo almeno tre cose.

Primo: di essere un politico navigato che sa usare bene il tipo di retorica richiesto dal suo ruolo. Secondo: di aver ben presente che in questo momento il PD, sulle regole del gioco alla base del prossimo congresso, si gioca buona parte di un destino teso fra la palingenesi e l’annichilimento. Terzo: che comunque un buon pezzo di dirigenza ha ancora intenzione di dire la sua nelle operazioni di selezione dei potenzialmente votanti (non che sia necessariamente un male, eh).

Auspicare la partecipazione di una base “non troppo ristretta” significa infatti cavalcare sapientemente l’ambiguità  dello statuto stesso del partito, che assegna il compito dell’elezione alle più importanti cariche interne a “iscritti” ed “elettori”. Se su chi sia un iscritto le interpretazioni possibili sono abbastanza ridotte, la categoria dell’elettore, così come esce dallo statuto, è come minimo ambigua – o meglio, gioca un po’ troppo sul termine. Perché attribuisce alla parola un significato in realtà ben più carico di quello che comunemente si intende, e che coincide sostanzialmente col simpatizzante: del profilo dell’elettore tracciato lungo l’articolo 2, infatti, è parte costitutiva una fedeltà che va ben oltre l’appuntamento con le urne, tra registrazioni all’albo e una serie di doveri – specificati al punto 6 – che sembrano indicare una mossa retorica di rovesciamento, tesa ad accumulare pesantezza su una parola nata con una vocazione molto leggera  e costitutivamente variabile.

A voler essere maligni, si potrebbe ipotizzare che gli estensori dello statuto abbiano dosato saggiamente parole e significati proprio per poter continuare a esercitare un certo tipo di controllo sulla base (enfasi suggerita dalla malignità sul “certo tipo”, non sul controllo); ma se si prova a ragionarci su, la questione è effettivamente più complessa di come gli slogan da una parte e dall’altra fanno credere, proprio perché tocca moltissimi piani politici, organizzativi e tattici che è davvero impossibile tenere distinti.

E la questione è: congresso aperto o chiuso? Aperto a simpatizzanti e potenziali “elettori” (sospendiamo la definizione, per adesso) o limitato a iscritti e tesserati?

Ecco, io devo dire che su questa cosa un’idea definitiva davvero non riesco a farmela. Durante le primarie dell’anno scorso, pensavo fermamente che fosse cosa buona e giusta aprire i seggi a tutti quelli interessati a votare, che fossero elettori storici del csx, delusi del centrodestra, astensionisti cronici, in generale gente che mostrasse un qualche interesse nella prospettiva che il PD in quella fase sembrava avere davanti a sé. E lo penso ancora: perché credo che scegliere un candidato premier richieda logiche di selezione dal respiro più ampio rispetto al perimetro del partito – che non vuol dire paracadutare un corpo estraneo (tipo il famoso “papa straniero” su cui negli ultimi quattro-cinque anni si sono lette cose pazzesche) alla guida dell’ipotetico governo, ma piuttosto individuare all’interno del proprio schieramento un profilo in grado di esercitare appeal anche all’esterno, di affascinare anche chi di solito in quello schieramento non ci guarda nemmeno. I corollari di questo ragionamento, però, sono due: innanzitutto la separazione dei ruoli di segretario e di candidato premier (su cui, comunque, ci sono anche fortissimi argomenti contro), ma in secondo luogo la distinzione di due diverse logiche alla base dei processi di elezione di queste due diverse figure. In breve: la scelta del segretario riguarda l’indirizzo politico, ed è quindi legato più strettamente al tipo di partito che immaginano e sognano quelli che il partito lo compongono, per l’appunto gli iscritti. Non vedevo allora, e non vedo adesso, lo scandalo in un processo che preveda la partecipazione dei soli membri di un’associazione nell’investitura della sua figura di vertice. Altrimenti, anche la distinzione fra iscritto ed elettore (pur nel senso pesante della definizione statutaria) cade, rimanendo confinata ai soli diritti politico-partitici passivi, diciamo così, e cioè la possibilità di essere eletti.

Epperò, ed è un epperò bello grosso, penso anche che in questo momento dare un’interpretazione restrittiva di quegli “elettori” chiamati a scegliere il segretario nel prossimo congresso sarebbe davvero una mossa tatticamente suicida: va bene non cedere alle retoriche un pochino troppo entusiasticamente nebulose degli occupantiPD, ma di fronte a una base che chiede apertura ad ogni livello e grado e offre in cambio di rinunciare a fregarsene del partito, pur dopo tante cocenti delusioni, mostrarsi custodi inflessibili dell’ortodossia procedurale suonerebbe come l’ennesima porta sbattuta in faccia, una di più, e forse quella definitiva. Si rischia, cioè, di ritrovarsi magari con un partito bellissimo, organizzatissimo e strutturatissimo, con un segretario a sua immagine e somiglianza e perfettamente integrato, ma tramutato in una nuova gioiosa macchina da guerra dal valore, a naso, del 18% o poco più. Insomma: in linea di principio a me va benissimo che siano gli iscritti a eleggere il segretario, ma in questa fase ci penserei mille volte, non una.

Che poi magari la soluzione ci sarebbe: rendere l’iscrizione più semplice, più veloce, più fluida, direi, se non sembrasse un termine spregiativo. Il che non vuol dire meno impegnativa; piuttosto, uno strumento, un modo e un’occasione per spendersi e incanalare l’impegno, non un trofeo da conquistare alla fine di un percorso a ostacoli e dopo chissà quali controlli di pedigree.

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