Un weekend postcomunista

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Andrea Romano, Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti

Lo ammetto. Avessi potuto scegliere, mi sarebbe piaciuto da pazzi nascere in una famiglia di grandi funzionari di partito. Le formule, le liturgie e gli strategismi (sentimentali e non) che segnano la vita di partito esercitano su di me da sempre un fascino perverso, al limite dell’eccitazione fisica.

Probabilmente è per questa ragione che “Compagni di scuola” mi è piaciuto così tanto. Perché intreccia alla perfezione le vicende politiche e le storie biografiche del gruppo dirigente postcomunista italiano, facendo anzi delle seconde una chiave di lettura delle prime. O meglio: prendendo sul serio l’immagine del partito-scuola di vita, centrale nella storia del comunismo italiano, ne utilizza la logica e la sintassi per analizzare la traiettoria dell’ultima sua classe di diplomati, dirigenti eternamente “giovani” – proprio perché 1) mai arrivati a sostituire la generazione precedente, data la scomparsa dell’orizzonte partitico in cui si erano formati; 2) costretti ogni volta a veri e propri “cambi di paradigma” a cui adattare, riformandole, forma e sostanza del partito – per i quali legami personali, di militanza e di governo formano un groviglio inestricabile di rimandi reciproci. Emergono così non solo le silhouette dei personaggi principali, con punti di forza,  leggerezze e velleità, ma anche il loro modo – funzionale alla costruzione del proprio personaggio – di appropriarsi e rimodulare pietre angolari di quella storia politica (l’amministrazione dell’eredità simbolica berlingueriana, per dirne una), ricostruita e rinarrata talvolta con evidente imbarazzo, talaltra con sapiente disinvoltura. Sempre con l’obiettivo di trovare finalmente un approdo alla fine di una traversata nel deserto post-1989 perennemente incompiuta – quella navigazione politica che rende le figure di D’Alema, Veltroni, Fassino eccetera incredibilmente interessanti agli occhi di uno storico.

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