Fluffer democratici

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Come hanno notato un po’ tutti, affidare la segreteria del PD al traghettatore Guglielmo Epifani ha significato essenzialmente congelare il partito rimandando ogni tipo di decisione o iniziativa a tempi più propizi, rispetto a un momento – questo – in cui come si tocca qualcosa ci si fa un male cane. Un temporeggiamento generalizzato, in cui si intrecciano le cautele tattiche di quattro o cinque giovani promesse del partito in procinto di diventare titolari inamovibili, le opere di messa in sicurezza delle vecchie glorie in cerca, mancando le alternative, di una dignitosa exit strategy, e l’attesa di capire qualcosa di più dell’eventuale gradimento, nel bacino di area e in quello allargato degli elettori potenziali, di Enrico Letta da un lato e del suo esperimento di governo dall’altro.

E’ in questo scenario che stanno iniziando le grandi manovre del “Mi si nota di più” in vista del congresso di – pare – ottobre. Con alcuni nomi in particolare, che in queste ore si sentono citare di qua e di là come soluzioni di compromesso o di rottura, di continuità nella tradizione o di innovazione decisa. Nomi che però qualche perplessità, e anzi più di una, la suscitano.

Prendiamone due apparentemente molto papabili, in questo momento: Sergio Chiamparino e Gianni Cuperlo. In un partito che tradizionalmente, nelle sue varie incarnazioni, ha quasi sempre seguito il principio di affidarsi al meno ammaccato dei suoi uomini – come disse in un’intervista (citata qui) Piero Fassino, nei giorni del plebiscito veltroniano alla guida del PD: “Walter non è il più bravo fra noi, ma è quello di noi che ha su di sé il minor numero di ferite” – si tratterebbe, in un caso come nell’altro, di due membri a pieno titolo del cerchio interno, coinvolti in prima linea in tante battaglie, rimasti però privi di cicatrici significative. Due profili adeguati, per storia e meriti conquistati sul campo, abbastanza rassicuranti per grossi pezzi del partito e dell’elettorato che ad esso si rivolge.

La logica dietro questi due nomi pare un po’ quella dei campioni di area: Chiamparino per i renziani da una parte, e Cuperlo per un raggruppamento più composito, riconducibile per certi versi alla sfuggente categoria dei civatiani, dall’altra.

Ammetto che però a me, nel contemplare questa fase, viene in mente un’altra cosa, diciamo un’altra figura professionale/simbolica: quella del/della fluffer.

Mi spiego meglio: come i/le fluffer servono a “scaldare” gli attori protagonisti dei film porno prima che questi conquistino il centro della scena, Chiamparino e Cuperlo mi sembrano nomi tirati in ballo proprio per non essere personaggi principali. Nomi, cioè, che in questo momento servono appunto a saggiare la forza e il potere di penetrazione delle star del film nei confronti dei vari segmenti di pubblico, dentro e fuori il partito.

Chiamparino, il sindaco più amato dai torinesi ma ultimamente ai margini della galassia PD, rappresenta il termometro con cui Renzi può misurare l’aumento di temperatura che una sua esplicita candidatura provocherebbe da un lato nelle parti più strutturate dell’apparato di partito (che ormai da diverse settimane va descrivendolo come “la più grande risorsa del centrosinistra del futuro”, ma si sa queste formule cosa vogliono dire e soprattutto che sentimenti nascondono), e dall’altro nel grosso dell’elettorato che continua a mantenere più di un sospetto e qualche diffidenza riguardo al giovane rottamatore. E’ sempre più chiaro, infatti, che si avvicina a grandi passi il momento in cui Renzi dovrà decidere se prendersi prima il partito e poi la candidatura a premier, oppure mantenersi esterno e provare a fare direttamente il sindaco d’Italia; il rischio, connaturato a questa seconda strada comunque a lui più congeniale, è pur sempre quello di una riedizione del flop D’Alema – un rivoluzionario che nelle intenzioni voleva cambiare faccia al Paese (da Palazzo Chigi) per cambiare faccia, di conseguenza, anche al centrosinistra italiano, e si è visto com’è andata a finire. Dunque, un cursus honorum più tradizionale, volendo anche più vicino al sospirato modello blairiano, diventerebbe in questa prospettiva una necessità tattica. Mandando Chiamparino in avanscoperta Renzi avrebbe così modo di tastare il gradimento di quella che è sostanzialmente la sua stessa linea politica nello scheletro e nel corpo esterno del PD, per di più attraverso una figura ancora piuttosto popolare, proseguendo ulteriormente il suo percorso di assimilazione (pur in una conclamata diversità) nel perimetro politico del PD.

Cuperlo, credo, ha più o meno la stessa funzione, ma dal punto di vista di Pippo Civati. Può servire cioè a calcolare bene il peso dentro e fuori il PD dei punti programmatici ed organizzativi coagulati nell’immagine che il giovane deputato lombardo ha del partito. Civati non ha mai nascosto di puntare alla segreteria, ma si trova di fronte almeno due difficoltà: ha un profilo ancora non sufficientemente noto a livello nazionale (con oscillazioni rilevanti fra apparato e simpatizzanti) e si ritrova ormai capofila ideale di una serie di gruppi, sigle e hashtag dall’entusiasmo poderoso ma la cui concretizzazione politica risulta piuttosto complicata. Cuperlo, mandato anche lui in avanscoperta al pari di Chiamparino, gli permetterebbe quindi di calibrare meglio, per interposto candidato, il mix di #occupy, parole d’ordine di sinistra storica e slanci riformatori in attesa di scendere in campo davvero per il bersaglio grosso, in maniera esplicita e con tempistica e visione adeguate.

Insomma, per farla breve: Chiamparino e Cuperlo sono, per me, un congelamento tattico in vista dello scontro fra Renzi e Civati. Scontro inevitabile, ma non necessariamente mortale, anzi, e per due motivi. In primo luogo, si tratta ormai dei principali portatori di due prospettive sul PD – e sull’Italia – in grado di confrontarsi senza annullarsi e funzionali ad un’immagine di partito contendibile ed essenzialmente liberale (una magari di più, una magari di meno, ma non divaghiamo); inoltre, sanno entrambi benissimo di essere tagliati per ruoli diversi ma complementari, e sanno entrambi benissimo di poter approfittare vicendevolmente l’uno dei punti di forza dell’altro, dentro il partito e fuori nell’elettorato. Secondo me, Renzi e Civati magari ne parlano pure, di questo tipo di percorso; perché il vero problema non sono loro, ma le rispettive fan base, lanciate a bomba contro quello che viene percepito come l’arcinemesi diabolica in difesa del proprio santino. Perché se non l’avete ancora fatto, provate a muovere qualche critica (anche seria, anche argomentata e ragionata) a uno dei due: tipicamente, e a seconda del punto di vista espresso, verrete travolti dagli uni e portati in palmo di mano dagli altri.

In fin dei conti, l’idea di due fluffer al contrario, che invece di scaldare provino a raffreddare un po’ la temperatura, potrebbe anche non essere tatticamente malvagia.

P.S. Non ho messo nel calderone Fabrizio Barca perché, a leggere la sua Memoria, più che il segretario sembra voglia diventare l’architetto del partito, e del suo rapporto con le istituzioni – e anche questo, a pensarci, potrebbe non essere un male.

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