Femminicidio – fra reato e categoria

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L’intervista di Laura Boldrini a Repubblica, raccolta da Concita de Gregorio, ha scatenato reazioni miste, at best.

Da un lato ha confermato nel loro giudizio quelli – parecchi, credo, anche se in questo caso buona parte della responsabilità potrebbe ricadere sui classici stilemi concitiani – a cui Boldrini ha sempre dato l’impressione di parlare come un oracolo: una persona che ad ogni dichiarazione pare accludere implicitamente, come un velato sottotesto, “Io sono la via/la verità/la vita” (chiedo contestualmente perdono per la blasfemia, ma essa mi è talvolta connaturata).

Dall’altro lato, però, ha dato una spinta di much needed esposizione mediatica e popolarità al tema, diffuso ma ancora “sotterraneo”, della violenza sulle donne e del cosiddetto “femminicidio”. Il che è certamente un bene: almeno se ne parla.

Il problema, però, è che in Italia se ne parla molto spesso molto male.

Il femminicidio, da noi, è essenzialmente un tema giornalistico, nel senso deteriore: un termine-ombrello sotto cui far trovare riparo a uno spettro variegato e disomogeneo di fenomeni sociali, rappresentazioni culturali, episodi criminali giocati lungo l’asse “maschile violento”/”femminile vittima”, corredato da una fraseologia squisitamente giornalistica basata su un florilegio di “allarmi”, “shock” ed “emergenze”. Non che l’emergenza non ci sia, o l’allarme non sia dovuto (i numeri, a voler sembrare cinici, stan lì apposta); usare questo tipo di approccio approssimativo e squinternato a un tema del genere, però, non solo non aiuta, ma fa proprio danno. Perché getta tutto dentro a un gigantesco imbuto concettuale alla fine del quale si rischia di avere uno strumento sociologicamente inutile e giuridicamente addirittura pericoloso.

Innanzitutto, andrebbe tenuto ben presente che “femminicidio” è un termine tecnico, che nasce in un contesto ben specifico per circoscrivere e indicare situazioni ed episodi ben precisi, che ha una storia “analitica” e criminologica legata al complesso intreccio di sfondi culturali tendenzialmente “arcaici” (famo a capisse) e status giuridici ambigui, quando non direttamente incerti. E’ a partire da qui che si potrebbe allora far partire un dibattito pubblico, evitando semplificazioni eccessive e il trinceramento dietro slogan.

Io qualche competenza sui temi di genere ce l’ho, mica tanto eh, qualche articolo qua e là e una serie nutrita di letture sparse ma talvolta sistematiche, però sul femminicidio non sono un esperto (il che, idealmente, invaliderebbe già il prosieguo del post: ma il blog è mio e, se mi va, mi prendo anche la libertà di scazzare un po’, a volte). Ciononostante, vorrei provare a fare qualche riflessione in particolare su due aspetti della questione, quello giuridico e quello più propriamente sociologico, o “socioculturale”.

Sul piano giuridico, il sospetto forte è che “il reato di femminicidio” rischi di essere un’arma a doppio taglio: se da un lato crea una fattispecie “giuridica” specifica, dall’altro sembra concedere solida cittadinanza, all’interno del codice, a “differenze” che invece sono il principale obiettivo culturale e sociale di ogni pratica femminista. Più prosaicamente, crea una distinzione fra vittime di una stessa condotta criminale, l’omicidio, che in linea di principio è molto difficile sostenere senza scadere in una “dequalificazione” dello status giuridico delle donne, viste per certi versi come bisognose di maggiori tutele da parte di uno Stato che finisce inevitabilmente col presentare insopportabili tratti di paternalismo “penale”, quando non morale.

Infatti, le prospettive più sensate – almeno in Italia – che hanno a che fare col tema giuridico del femminicidio spingono sul versante dell’aggravante, in maniera simile a quanto avviene nel caso degli hate crimes – anche se la recente questione “omofobia”, al riguardo, non è che faccia troppo ben sperare. Si parla, anche, di “misura speciale temporanea”, in modo non troppo dissimile da quanto si sostiene riguardo alle “quote rosa”: una posizione che permetterebbe di aggirare i rischi di cui sopra, volendo, ma che ovviamente crea problemi – per quanto superabili – sia su “speciale” che su “temporanea”, come facile immaginare.

E’ però proprio questo rischio sotterraneo di enfatizzazione della “differenza” l’aspetto più pericoloso, secondo me: perché – come nota in maniera molto efficace Francesco Bilotta nel suo saggio “IN-DIFFERENZA” compreso qui – la rimozione di ogni tipo di distinzione e di differenza sul piano del principio giuridico è una precondizione necessaria 1) per una parificazione sostanziale, dei diritti e nel diritto, fra i sessi/generi – e qui volendo si aprirebbe anche il fronte, spinoso, della molteplicità dei sessi e della distinzione fra sesso, genere, identità sessuale, orientamento sessuale, tutte categorie che si troverebbero un po’ sacrificate nel perimetro del “femminicidio”; 2) per la concreta realizzazione delle “differenze” individuali, che sono invece materia personale ed esterna al codice.

Questo però non dovrebbe condurre a buttare via il pargolo insieme all’acqua fetente. Perché sul piano sociologico, invece, la categoria di femminicidio può essere estremamente utile, in questo caso sì come termine “prisma” in cui far rientrare l’intreccio fra casi di violenza sulle donne e sfondo culturale e sociale che conduce ad una percezione in qualche modo “modificata” di questo tipo di condotta – in sostanza, una categoria in cui non entra in gioco lo status giuridico, ma quello sociale e culturale (certo, avendo presente in testa le connessioni e le conseguenze reciproche). Questo utilizzo permetterebbe da un lato di allargare lo scope del termine, ampliando anche a livello simbolico il tipo di “violenza” di cui si parla, e dall’altro ne preserverebbe la funzionalità “analitica”, nel tentativo di individuare e ricostruire i fili che legano questi episodi ad uno sfondo ben preciso. E lo farebbe, però, mantenendo un certo rigore metodologico, evitando dannose semplificazioni proprio perché si concentrerebbe su questi fili – senza scadere in automatismi di determinismo causale (“Eh, lo so, ma che ci volete fare, è la mia cultura”) né in immaginifiche ma un po’ troppo ardite costruzioni legali. Manterrebbe cioè ben presente il legame complesso fra individuo e appartenenze analizzato nelle teorie dell’azione, proprio per non cadere in sociologismi d’accatto che, per fare un esempio, hanno fatto bella mostra di sé dopo l’attentato di Luigi Preiti. Che col femminicidio magari non c’entra, ma con il modo con cui in Italia, oltre ad essere primi ministri e commissari tecnici, siamo pure tutti sociologi, anche sì.

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