Io non so

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I quattro gatti che talvolta capitano su questo blog forse avranno visto che, nonostante ne condivida bei pezzoni di visione politica, qualche critica a Matteo Renzi nel mio piccolissimo l’ho mossa anche io. Mi sembrava che il suo farsi da parte dopo le primarie fosse un attendismo un po’ viscido di stampo dalemiano, mascherato da lealtà al partito.

Bene, dare la disponibilità a guidare un governo, oggi, come Renzi ha fatto, devo dire che tutto è tranne mancanza di coraggio. Oggettivamente, accettare di prendersi una croce come quella della premiership in un “governissimo”-“di larghe intese”-“inciucio” (a seconda della vostra appartenenza politico/ideologica) è una cosa che praticamente nessuno farebbe, anche con la pistola alla tempia. Sciapò.

Io non lo so, se Renzi faccia bene o faccia male. So solo che ci sono motivi pro e motivi contro, e tutti parecchio validi.

Cominciamo con quelli contro.

È chiaro che il rischio di bruciarsi è altissimo, anzi qualcosa di più. In una situazione in un cui il partito è praticamente distrutto, con segnali di insofferenza e incazzo praticamente da tutta la base e non solo (e la vittoria di Serracchiani in Friuli ne è un’ulteriore conferma: ha vinto nonostante il partito, non grazie ad esso, e perché rappresenta una delle voci da sempre più critiche sull’attuale dirigenza) mettersi alla guida di un governo che per forza dovrà parlare con Berlusconi pare veramente una cosa da pazzi. Renzi ha tutto per conquistare il partito (ok, lo so, non facile, ma ha tutto per farlo) e l’investitura a candidato premier attraverso il normale processo previsto dallo statuto del PD (deroga primarie inclusa): farlo così rischia di avere un sacco, ma un sacco, di conseguenze negative. Significherebbe, come notano alcuni, scendere in pista, invece che con la propria macchina prontissima per la prossima corsa, con il muletto di un altro. Produrrebbe uno scollamento fra l’immagine di Renzi come ariete innovatore delle pratiche e delle visioni politiche del paese, coagulata in un programma forte di riforme ad ampio spettro, e quella di un Renzi simbolo di un governo nato debole e strutturalmente ostaggio di altri, una specie di pallida replica della figura di leader forte che in questi mesi il sindaco di Firenze si è cucito addosso.

Un rischio che, comunicativamente, lui non si può proprio permettere.

Inoltre, chi ne invoca a gran voce il nome magari lo fa genuinamente convinto, ma diciamo che in controluce si intravedono due schemini tattici: da un lato la possibilità di affossare un pericoloso competitor interno senza dover vibrare alcuna pugnalata, anzi offrendo una facciata di supporto e di sostegno e uscendone quindi più o meno puliti in ogni caso (ogni riferimento ai giovani turchi è tutt’altro che casuale), dall’altro l’opportunità – vedi Fassino – di procedere a piccole vendette per interposta persona.

Eppure.

Eppure dei pro ci sono, e secondo me sono anche piuttosto grandi.

Se c’è una cosa che serve al PD, in questo momento, è avere una carica bestiale di coraggio, il coraggio di metterci la faccia. Di partire all’attacco, di non lasciare l’iniziativa alle altre forze in campo. Perché continuare a insistere sul “No a Berlusconi” senza se e senza ma, anche quando le urne ti hanno fatto capire piuttosto bene che per quanto ti faccia schifo (e a me volendo lo fa, eh) comunque di là devi passare, vuol dire magari preservare purezza e intransigenza, ma anche incaponirsi a guardare altrove mentre la realtà è quel che è, e condannarsi sostanzialmente all’immobilismo. E se c’è una cosa che questo fine settimana ha insegnato, al PD, è che deve muoversi, e in fretta.

Metterci la faccia vuol dire accettare che quello nascituro sia un esecutivo politico, non tecnico, che porti pure alle elezioni in tempi brevissimi, certo, ma dimostri di voler provare, seriamente, a fare quelle cose che Napolitano ha suggerito sommessamente (all’inizio), raccomandato caldamente (nei mesi scorsi) e preteso quasi in lacrime (ieri). E va bene che sono riforme strutturali, per cui servirebbe un governo forte e di ampio respiro, va bene anche che già doveva farle Monti col governo bipartisan e non ci è riuscito, ma pensateci: adesso l’urgenza, per tutti, è ben maggiore, e per il PD può davvero essere il salto enormemente più lungo della gamba che però può garantirgli non solo di uscire dalla catastrofe di questi giorni, ma addirittura di uscirne bene. Certo, il disastro è dietro l’angolo; ma alternative, se ci sono, non sono molto visibili, almeno per me.

Paradossalmente, l’opportunità è grande: giocare all’attacco, sottraendo a Grillo se non la retorica, alcuni dei temi chiave; far sparire, in un colpo solo, Berlusconi e l’antiberlusconismo a prescindere, che del Cav è da sempre il miglior alleato, superandolo con le proposte e dimostrando che con lui e con la sua parte si può non solo parlare, ma addirittura farlo da una posizione di sfrontato, quasi incosciente vantaggio, all’attacco appunto.

E nel partito l’unico in grado di farlo, in questo momento, è Renzi. Da un lato, certo, in migliaia non aspettano altro per poter otturare i social media di “Inciucista!”, “Sei uguale a Berlusconi”, “Sei di destra, serpe in seno!”, ma sono pur sempre quelli che questo tipo di uscite, su Renzi, ce l’hanno in automatico. Dall’altro lato, però, qualunque altra personalità di primo piano del PD è in un modo o nell’altro legatissima ad un gruppo dirigente che, davvero, sarebbe il caso di rottamare, e verrebbe probabilmente usata da codesto gruppo dirigente come ultima ed estrema ancora di salvezza, come un puntello a cui aggrapparsi rimandando di un altro giro il ricambio al vertice. Insomma, se gli venisse chiesto, e se lui accettasse, Renzi potrebbe veramente trovarsi il partito, almeno provvisoriamente, in mano, anche grazie al monito di Napolitano alle camere da usare come “arma di ricatto”; e da lì potrebbe partire per prenderselo anche in maniera sostanziale, seguendo la via del congresso e delle primarie. Sarebbe, però, un partito – come dire – diverso, finalmente contendibile, di aree più che di correnti, in cui (pur con una specie di “colpo di mano”) il meccanismo del ricambio sarebbe stato messo finalmente in moto. Provocatoriamente: se accettasse, in questa situazione Renzi premier potrebbe sicuramente rivelarsi un fallimento, ma le dinamiche che questo fatto farebbe partire sarebbero, secondo me, quasi inarrestabili.

Poi sicuramente sono io che sono troppo ottimista, eh.

Non so. Però, secondo me, si potrebbe anche fare.

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