Perché Prodi era una buona scelta

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In queste ore, fra scambi di accuse fratricide (alcune francamente ridicole, altre meno) sull’accoltellamento di Prodi, alcuni stanno cercando di condurre le menti alla ragione e tentano di spiegare perché, in realtà, la scelta del Professore di Bologna dall’inizio era un rischio, ad essere teneri, o proprio uno sbaglio, ad esserlo meno. Pur apprezzando il tentativo a portare il discorso altrove, magari sul piano del problema politico piuttosto che dell’attribuzione irosa di tradimenti di qua e di là, non sono molto d’accordo. Prodi, secondo me, era una buona scelta – e non solo per il partito, ma anche in generale (leggasi: anche per il cdx, ebbene sì). E proviamo a vedere perché.

Sul piano del cv, non credo ci sia nulla da dire: anche solo un giro sulla sua pagina wiki mostra un profilo amministrativo e istituzionale di tutto rispetto, a livello nazionale e internazionale. Per parafrasare Matteo Renzi, va bene che bofonchia un po’, ma Prodi a parlare con Obama io me lo vedo eccome. E con Merkel, con Draghi, con Hollande. Con la Cina, poi.

Sul piano politico, le cose sono più complesse.

Partiamo dal PD. In una prospettiva da genuino elettore del centrosinistra, è difficile non avere una buona opinione di Prodi, che rimane pur sempre quello – l’unico – che ha battuto due volte Berlusconi ed è stato a capo, così recita un adagio comune, del “miglior governo” degli ultimi anni (scegliete voi se il Prodi I o il Prodi II, pensate alle “lenzuolate” delle liberalizzazioni del Bersani ministro, e vi fate un’idea). Che il nome di Prodi unisca la base è quasi ovvio, ma poi bisogna fare i conti col partito, per il quale quel nome è una cicatrice aperta fra due fronti che mal si sopportano.

Da questo punto di vista, spiace dirlo, ma serve semplicemente una salutare botta di cinismo: Prodi al Quirinale sarebbe stata l’arma perfetta attraverso cui un’area del partito ben precisa (fatta di “rinnovatori” e “rottamatori”, diciamo così) avrebbe potuto salvare capra e cavoli: ricostruire un “legame sentimentale” (per citare il mai troppo sottovalutato, come comedian, Stefano Fassina su Marini) con la base elettorale e prendersi nel contempo il partito, costringendo il gruppo dirigente attuale a scomparire – vuoi perché legato alla corrente perdente, vuoi perché responsabile 1) della sconfitta elettorale, 2) del casino ad essa seguito, 3) della follia della candidatura di Marini. Insomma, hanno ragione quelli che dicono che Prodi presidente sarebbe stato la grande vittoria di Matteo Renzi, ma ne sottovalutano la portata: avrebbe vinto tutto un gruppo nuovo, che si sarebbe trovato davanti praterie da ricolonizzare provando – sperabilmente – a costruire davvero, questa volta, un partito nuovo, non fatto dalla somma mai veramente avvenuta di ex-popolari ed ex-piccì. Certo, uno potrebbe dire: ma Prodi non era proprio l’uomo della coalizione con dentro la qualunque? Sì, vero; ma averlo al Quirinale avrebbe lasciato un enorme spazio aperto nel partito, uno spazio contendibile – uno spazio che i “giovani” (renziani, civatiani, forse anche quelli che si stanno avvicinando a Fabrizio Barca, volendo proprio anche qualche giovane turco, magari un po’ ravvedutosi) sembrano essere i meglio attrezzati a conquistare.

E in più, un bel bonus: candidando Prodi, le accuse al PD di “inciucio” (che rimane comunque una parola terribile, una categoria dell’antiberlusconismo, altro che una categoria della politica) sono svanite come neve al sole, spuntando in maniera decisiva l’arma-fine-di-mondo della retorica grillesca, il pidimenoelle e tutte quelle robe lì.

Paradossalmente, quindi, un uomo “vecchio”, invischiato mani e piedi nella tanto vituperata “vecchia politica”, sarebbe stato la piattaforma propulsiva da cui far partire un cambiamento decisivo nel partito, prima, e di conseguenza nel paese poi, attraverso una pratica e una dialettica della politica ricostruite su basi (almeno un po’) nuove.

Ma – e qui mi rendo conto che il paradosso, così come l’azzardo interpretativo, si fa più marcato – Prodi al Quirinale sarebbe stato una notizia non malvagia anche per il PDL. Perché certo, Berlusconi si sarebbe – ed effettivamente si è – infuriato malamente, vivendo la candidatura della sua bestia nera come un attacco personale; ma, al netto della facile retorica con cui lui ed i suoi fedelissimi avrebbero macinato slogan ad elezione avvenuta (va detto, sull’occupazione delle istituzioni da parte del csx non avrebbero neanche avuto tutti i torti), a un certo punto un bel pezzo del partito e dell’elettorato avrebbe capito che, in fondo, si presentava una ghiotta occasione per “rottamare” finalmente il capo – anzi, per essere più filologicamente corretti: “formattare” – e provare a costruire un partito vero, con dinamiche autentiche, oltre il carisma imperiale del padre-padrone fondatore. Prodi presidente sarebbe stato vissuto come un affronto da Berlusconi, e da molta gente che nel suo progetto ha creduto e l’ha votato, ma – proprio in virtù della trasformazione che avrebbe avviato nel csx – avrebbe svelato il bluff comunicativo del Cav.

Infatti, il cambiamento strutturale del PD avrebbe azzerato una classe dirigente la cui fortuna politica si è costruita su un antiberlusconismo a prescindere, che in realtà è sempre stata la grande fortuna del diretto interessato, portando in primo piano nuove leve e nuove leadership che questa partita, come noto, rifiutano di giocarla secondo quegli schemi. L’antiberlusconismo a prescindere si sarebbe rivelato per quel che è: un facile alibi comunicativo, che ha permesso per anni ad una certa sinistra – meglio, ad una destra brutta camuffata da sinistra – di lucrare parlando alla pancia di persone incazzate in cerca di un bersaglio polemico a portata di mano.

Ecco: venuto meno questo schema, il PDL  ed i suoi elettori si sarebbero trovati davanti una scelta. O continuare a giocare la loro parte, facile e populista, portando avanti il controcanto dell’antiprodismo a prescindere, o provare ad avviare anche da quella parte un rinnovamento analogo, speculare ed opposto. Probabilmente in prima istanza avrebbe vinto la modalità Giornale-Libero Santanché, diciamo, ma alla lunga sarebbe venuta fuori la necessità di ristrutturare il partito e farne una roba diversa, in grado di competere con lo schieramento opposto. E dunque, si sarebbe avverato il famoso parricidio: cogliendo la palla al balzo, il gioco del Cav sarebbe stato scoperto dai suoi stessi “figli”, e la sua figura (padre nobile, fondatore e tutto quello che volete) accantonata. Addirittura, sospetto che alcuni dei fuoriusciti (penso a Meloni e Crosetto, ad alcuni finiani, per dire) sarebbero perfino rientrati, perché – anche qui – ci sarebbe stato un enorme spazio da ricolonizzare, finalmente secondo logiche propriamente “di partito”.

Insomma, paradossalmente, Prodi presidente avrebbe fatto bene, sul lungo periodo, anche al cdx, perché avrebbe avviato una serie di trasformazioni irreversibili in un campo e nell’altro, portandoci probabilmente un passetto più vicini ad un bipolarismo maturo, con due partiti principali finalmente credibili in assetto, dinamiche interne e procedure di selezione della/delle leadership.

E, sospetto, questo Berlusconi l’aveva capito benissimo. Perché come notava tra gli altri Dario Di Vico su Twitter, non ha ritirato i suoi dalla quarta votazione solo per mettere in difficoltà il PD e far risaltare meglio i franchi tiratori, ma anche per il timore, secondo me assai legittimo, che dei suoi qualcuno avrebbe finito col votarlo, Prodi.

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