Perché non mi piace The Big Bang Theory

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In un mondo come quello della serialità tv, che vive essenzialmente di pilot, in cui quindi è di importanza cruciale produrre un episodio 0 che convinca le major a dare soldi e frequenze per una serie completa, lo step 1 è necessariamente avere un’ottima idea di partenza, un materiale grezzo che in due-tre righe ti faccia però già venire voglia di vedere e continuare a vedere. In questo, TBBT è paradigmatico: un’idea centrale geniale, forte, di sicuro impatto. Così sai che, anche solo per svilupparla bene, almeno un paio di serie le porti a casa prima che la gente si stanchi o si esaurisca l’effetto “vediamo dove va a parare”.

TBBT ha preso l’idea di nerd e ha deciso di investirci paccate di tempo/soldi/cervello.

Di farne la chiave di volta di tutto. Ha spolverato la vecchia immagine del nerd – che alla fin fine era rimasta al Matthew Broderick di Wargames, ai Ragazzi col computer e poco altro – e l’ha updatata al 2000: gli smanettoni che a 14 programmavano l’Amiga adesso sono grandi, quindi niente più liceali sfigati ma geniali, piuttosto postdocs e assistant professors in fisica sperimentale che si sfidano a Scrabble in Klingon e – mossa necessaria di “ancoramento” tradizionale – pensano che William Shatner sia l’uomo più sexy del mondo mentre programmano la loro settimana in vista del signing di Stan Lee alla loro fumetteria-tempio.

La costruzione di questo gigante è maniacale e perfetta, ossessiva; ma qui sta anche il piede d’argilla. Si investe tutto su questa idea centrale, e si commette l’errore di pensare che “il resto verrà da sé”. E infatti – purtroppo – è così: una volta che hai capito il meccanismo dei personaggi, ogni singola gag o joke è di una prevedibilità disarmante. Se Penny dice che Sheldon “is impossible“, roteando gli occhi all’indietro dopo uno dei suoi classical pranks, è semplicemente ovvio che Sheldon ribatterà, seriamente piccato, “I am sorry, but I cannot be impossible. I exist. I think what you meant was ‘He’s improbable’…“. E’ consequenziale, inevitabile. Discende dal personaggio, dall’atmosfera, da tutto quello che è stato creato in modo così accuratamente maniacale da fornirti subito le coordinate interpretative di riferimento.

Insomma, quello che mi immagino è una scena tipo questa:

(Sceneggiatore 1 – da ora in poi S1): Ce l’ho! Minchia che figata! Dai dai, ascolta: facciamo che i protagonisti sono… un gruppo di nerd!

(Sceneggiatore 2 – da ora in poi S2): Mmm… Ma sì, buona, hai ragione! Un gruppo di nerd, però fatti bene, dai, che quelli fatti finora non hanno più senso, ormai.

(S1): No, beh, certo, li facciamo bene. Giovani ma avviati, l’aura di sfiga spazzata via in una galleria debordante di Patrick Stewart, Werner Heisenberg e Douglas Adams, e stradotati dell’unica, vera arma nerd da sempre sottovalutata: il sarcasmo declinato nella forma di una extreme awareness delle ambiguità del linguaggio.

(S2): Sì dai, stupendo, perfetto. E poi però bisogna anche metterci il controcanto “normale”, non nerd, che sviluppi le situazioni comico-narrative, no?

(S1): Eccerto, no, ma secondo te in chi si incarna tutto questo?

(S2): … … … …

(S2): Scusa, no scusami davvero se c’ho messo un sacco a capirlo. Naturale. La figa bionda.

(S1): Ecchettelodicoaffà.

— da qui in poi, una successione indefinita di—

(S1): E come reagirebbero dei nerd alla situazione non nerd [insert tag normal situation X]?

(S2): Dicendo: “[insert tag ‘witty nerdy reply about social conventions, ambiguous language use, science and knowledge in general’]

(S1 e S2, all’unisono): AHAHAHAHAHHAHAHAH! Dai, troppo figo, minchia queste serie mi fa spaccare!

Insomma, prevedibile. Parti da un’idea – oggettivamente efficace – e però poi ti fermi lì, lasci che sia lei a fare tutto il lavoro.

E secondo me, umilmente, dopo un po’ che palle.

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