In difesa di Angelica

Selvaggia Lucarelli ha scritto un articolo sulle Beliebers e le Directioners, le adolescenti – meglio, più etimologicamente corretto: “le bimbeminkia” – devote ai due fenomeni globali Justin Bieber e One Direction, lanciando l’allarme: guardate che queste impazziscono e si strappano i capelli per ragazzetti sciapi, di cartavelina, piccoli narcisi che trascorrono le giornate “a farsi autoscatti come una Satta qualunque e a postarli su twitter.”

Naturalmente si scatena l’inferno: se c’è una cosa che Beliebers e Directioners san fare bene è l’azione coordinata di social guerrilla, e Lucarelli viene  tempestata di tweet assassini che le augurano di ravvedersi se va bene e di morire sparata se va male. Soprattutto, un’accusa specifica ritorna come un refrain: sei vecchia, e sei solo invidiosa di noi che siamo giovani – leggasi: ti rode che hai 60 anni e noi 13-20, lasciaci sognare e adorare i nostri idoli.

A tutta prima, la mente corre con un brivido di terrore ai tempi in cui si aveva tredici anni e ci si addentrava nell’adolescenza, perché diciamo la verità: a ripensarci normalmente si prova una sana sensazione di vergogna mista a fastidio, la consapevolezza che se ci trovassimo davanti noi stessi a quell’età probabilmente non resisteremmo alla tentazione di prenderci a sonori ceffoni.

Ma secondo me il punto è un po’ più profondo, e rivela qualcosa della generale maldestrìa con cui spesso affrontiamo il singolare miscuglio di dinamiche generazionali e fenomeni pop che forma la Weltanschauung dell’adolescenza.

Un sottotesto piuttosto evidente dell’articolo di Lucarelli è costituito dall’isteria – non  è che voglia dire che lei è isterica, eh: intendo che analizza il fenomeno della venerazione per Bieber & Co. in termini di isteria.

L’isteria c’è, non è che si possa negarlo. Ma è una forma di “isteria” connaturata ai fenomeni pop, che ne rivela il carattere profondamente religioso.

Mi spiego meglio: ciò che definiamo “pop” è in sostanza un enorme carrozzone per la produzione di senso dalla potenza smisurata, inedita da molti secoli a questa parte, e che tradizionalmente è sempre stata appannaggio del religioso. Il pop crea un orizzonte di appartenenza (culturale, sociale, morale addirittura) dalla pervasività irrefrenabile: tanto che ok, magari non potremo non dirci “cristiani”, ma di sicuro non possiamo non dirci “pop”. E un giorno qualcuno ben più titolato di me farà un lungo lavoro di ricerca per mostrare la vicinanza anche semantica dei due campi: non è un caso, infatti, che molta terminologia del pop derivi direttamente da quella del religioso (da “icona pop” in giù).

E quindi ok, l’isteria c’è; ma non è che con i Take That, ancora prima i Duran, e ancora prima i Beatles fosse tanto diverso.

A questo punto un’obiezione è inevitabile: sticazzi, ma starai mica paragonando Bieber ai Duran? Ai Beatles????

Beh, non proprio. O meglio: posto che non ci vedrei un grosso scandalo, anzi, sono più o meno tutti punti di incrocio dei clash generazionali con fenomeni pop pronti all’uso, elementi in cui si coagulano dinamiche di riconoscimento e “comunità” inclusive ed esclusive (“Noi, le Beliebers”), declinate anche in termini anagrafico/familiari (“Voi ormai siete vecchi, vecchi dentro, non ci capite, non ci potete capire”) e, proprio per questo, estremizzate in senso “identitario”. Che è quello che capita con tutto, tutto ciò che ha a che fare con l’adolescenza.

Ora, secondo me però c’è sotto un tacito accordo, una specie di patto che tutti più o meno rispettano ma senza esserne esplicitamente consapevoli. E lo dico pensando ad Angelica –non quella che offre lo spunto per l’articolo di Lucarelli, però. Un’altra.

Precisamente, un’Angelica fittizia, la darkmetallusa nipote quattordicenne di uno dei personaggi meglio riusciti della serialità italiana, solitamente così tirchia di soddisfazioni con noi utilizzatori finali: quella gran capa di minchia (sia inteso con tutto l’affetto di cui sono capace) dell’Ispettore Coliandro.

In una puntata della quarta serie (“666”), Coliandro si trova a dover tenere d’occhio la nipote, inserita in ambienti e compagnie per l’appunto darkmetallusi e quindi causa di preoccupazioni e ansie per la madre.

A un certo punto, però, Angelica dice una cosa, una cosa che squarcia il velo e mostra ciò che, alla fine, a pensarci, sappiamo un po’ tutti:

Senti zio, chiariamo subito una cosa: so quello che faccio. Adesso sto attraversando il mio periodo black metal/satanico/gothic/punk, ma sto già virando verso una fase postadolescenziale dove mollerò tutte queste cazzate e mi metterò a fare sul serio… Diploma col massimo dei voti, facoltà di economia, primo fidanzamento serio – lo mollo, perché è troppo presto – centodieci e lode, secondo fidanzamento serio – lo mollo per il master a New York… Due anni di apprendistato, e uno studio tutto mio. A questo punto mi sposo.

Si può essere più o meno bendisposti verso l’attitudine da yuppie della giovane Angelica, si può considerarla particolarmente matura oppure tendenzialmente molto arida, ma non si può dire che non sia ben consapevole del fatto che sta semplicemente attraversando una fase. Che magari avrà retaggi (meglio: postumi, tipo quelli delle malattie), magari no, ma che a un certo punto finirà e lascerà solo un ricordo contornato, come giusto, da imbarazzo e un filo di vergogna.

Secondo me questo le Belibers e le Directioners sotto sotto lo sanno, come lo sanno i loro genitori, come lo sa – ovviamente – Selvaggia Lucarelli. Per cui non credo che vadano salvate: credo che gli vada concesso di interpretare il loro ruolo, pregustando però con perverso piacere il momento in cui, voltandosi indietro, proveranno lo stesso fastidio, lo stesso imbarazzo, le stesse due dita di vergogna che – come giusto – proviamo noi.

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