De-ideologizing Travaglio

Come probabilmente saprete, dal 18 aprile inizieranno le votazioni per eleggere il Presidente della Repubblica.

Questo blog si spende idealmente per Emma Bonino Presidente, per tutta una serie lunghissima e circostanziata di motivi che, qui riportata, provocherebbe sprazzi di noia ancora superiori a quelli che il lettore capitato per caso si trova normalmente ad affrontare.

Vale però il caso di soffermarsi su un articolo di Marco Travaglio, uscito domenica 7, in cui il nostro spiega perché Bonino al Quirinale magari ci piace a tutti quanti, ma in realtà anche lei è una cattivona berlusconiana e noi – che abbiam sempre la memoria corta – ce lo siamo dimenticato.

Ora, ci sono molti che meritoriamente smontano i pezzi di Travaglio svelando le imprecisioni e le scorrettezze fattuali (usare “balle” mi pareva brutto, ma ci siamo capiti) rintracciabili con una impressionante regolarità – uno su tutti, il sempre sommo Francesco Costa – ma a me interessa, in questo post, mostrare una tecnica diversa, che il nostro padroneggia con maestria, e che può essere ricondotta alla categoria marxiana di ideologia: la distorsione comunicativa sistematica di fatti e affermazioni per renderli funzionali ad un punto di vista preciso.

Il nostro cioè produce frasi accattivanti che suonano come Verità Fattuale incontestabile, ma che in realtà nascondono livelli di significato mooolto più profondi e complessi, i quali però vengono tenuti accuratamente sotto il tappeto perché rivelerebbero – in una manciata di secondi – l’inconsistenza che galleggia in superficie.

E allora, letto il pezzo di Travaglio, proviamo a vedere punto per punto cosa non va.

Punto 1) Partiamo dalla fine, perché c’è una specie di “premessa teorica” essenziale: Travaglio definisce “errori politici” una serie di episodi, più o meno rilevanti, che consistono sostanzialmente nell’avere idee politiche alternative alle sue. Legittimo, naturalmente: ma non si tratta di “errori”, a meno che la sua non sia la posizione “giusta” per definizione. E questo, tra l’altro, è un atteggiamento di destra, di destra brutta, ma lasciamo stare.

Punto 2) Tornando su, si arriva ad uno dei must di Travaglio, la “trattativa” stato-mafia con annessi e connessi, precedenti e successivi. Il punto è che i comizi a Palermo sono legati, in prospettiva radicale, alle modalità con cui alcune parti della procura palermitana portavano avanti l’inchiesta, modalità venute a galla anni più tardi nelle requisitorie di Ingroia in più processi: requisitorie e ricostruzioni miranti ad una “verità storica”, alla ricostruzione “di un’atmosfera”, di un “clima”. Benissimo. Questo non è il lavoro di un giudice, di un tribunale o di un pm. Verità giuridica, please, la verità storica è materia da storici e non da stare alla base di una sentenza. E già qui siamo all’abc del diritto, eh. Once again: ideologia come semplificazione distorta, che gaglioffamente si disfa della complessità – una roba brutta, che come noto indebolisce i duri e puri.

Punto 3) Provocazione: molti dei provvedimenti sulla giustizia sostenuti da Bonino e dai Radicali (eoni prima che comparisse sulla scena Berlusconi) erano ad esempio contenuti in nuce in molte idee di Falcone sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, separazione delle carriere in primis. Delle due l’una: o Falcone era sotto sotto un mafioso, o alcune delle cose su cui molti (fra cui anche Berlusconi, sì) insistono riguardo alla giustizia non sono poi così assurde.

Metterla giù come fa Travaglio, invece, è proprio riferire le cose a metà – la metà più “conveniente”, diciamo. On a side note: riguardo a Cosentino, non sarebbe una cattiva idea vedere questo.

Punto 4) La storia delle “guerre” è complessa. Potremmo partire dal fatto che, in linea di principio, l’intervento militare di tipo umanitario di cui si parla qui è da sempre una cosa di sinistra, ma sarebbe probabilmente una divagazione. Ciò che è rilevante, dal punto di vista che si vuole evidenziare in questo post, è che ancora una volta si semplifica per distorcere e viceversa: scrivere “Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da ‘missioni di pace’ in ex Jugoslavia, Afghanistan e Irak” significa voler ignorare, e considerare irrilevante, l’enorme dibattito che ci fu in ciascuna di queste occasioni, e con buone ragioni da una parte e dall’altra. Si può discutere a lunghissimo – come si è in effetti fatto – di legittimità giuridica secondo il diritto internazionale, di urgenza umanitaria, anche di opportunità politica: ma ridurre il tutto a “ti piacciono le guerre” è, per l’appunto, ideologico.

Punto 5) Con la “deregulation del mercato del lavoro” e l’ “abolizione” dell’articolo 18 tocchiamo vette superne. “Abolire l’art. 18” è una cosa che, davvero, non vuol dire nulla. Chi lo nega con ogni probabilità mente. La riforma del diritto del lavoro (ad esempio la bozza Ichino, che con la prospettiva radicale condivide alcuni aspetti, ma mitigandone dei tratti di “liberalismo estremo” che a volte danno un’impressione più decisamente “mercatista”) prevede assestamenti a tutta l’architettura, in entrata e in uscita, in termini di formazione, di incentivi e di sussidi, e dunque anche di ridefinizione degli ambiti di azione dell’articolo 18. Chi vede lo Statuto dei Lavoratori, conquista essenziale ma pur sempre del 1970, come un totem intoccabile e immodificabile in alcuna sua parte crede davvero che il mondo sia ancora quello del 1970. E non lo fa per difendere diritti, badiamo, ché purtroppo quello Statuto, necessario all’epoca, lascia ora fuori un sacco – ma un sacco eh – di persone. Usare – e usare male – due paroline così, come catchphrase, a mo’ di parole d’ordine, è – indovinate un po’ – ideologico.

Punto 6) E torniamo alla fine, dove si intravede l’unico punto in cui Travaglio è sincero – seppur indirettamente: la “chiusura” di Annozero. Questo è probabilmente il vero motivo della sua intemerata, l’essersi legato al dito quella storia là. Carpiato ideologico: in chiusura del pezzo emerge in controluce la lente prospettica in grado di svelare il vero senso del pezzo dall’inizio. Sciapò.

In conclusione: è ovvio che sia del tutto legittimo criticare, anche duramente, le posizioni, le affermazioni e le azioni di Emma Bonino (e dei Radicali). Quello che non è legittimo, invece, è costruirsi un nemico di comodo distorcendo e semplificando ciò che si vuole criticare, per vincere facile. Chiamiamola ideologia, chiamiamola “uomo di paglia”, sempre quella roba è.

E se a sgamare l’ideologismo di Travaglio su Emma Bonino ci son riuscito io, che non sono neanche radicale, immaginate cosa potrebbe fargli uno che invece radicale lo è.

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2 Pensieri su &Idquo;De-ideologizing Travaglio

  1. Aggiungerei soltanto: Travaglio è di destra e l’art. 18 è già stato abolito, lo può confermare qualsiasi giovane che abbia o stia lavorando. La norma vale forse per qualche cinquantenne, noi non più giovanissimi l’art. 18 non l’abbiamo mai avuto.

  2. Ma non è che l’art. 18 sia stato abolito “nei fatti”. È che, per come è costruito, lascia fuori la stragrande maggioranza di noi “non più giovanissimi” e anche quelli che giovanissimi ancora lo sono. Poi certo, Travaglio è di destra, e di destra brutta secondo me, ma il problema è che per un sacco di gente no. Vai a capire perché.

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