I stream, you stream, we all stream for ice cream

La consultazione Bersani-M5S è stata un evento interessante.

Non tanto perché ci si attendesse grandi colpi di scena, o chissà quali aperture: la proposta bersaniana la si conosceva, e non era difficile immaginare – appurato che l’incontro sarebbe stato trasmesso in streaming – che Grillo non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione e avrebbe accuratamente caricato i fucili dei suoi a vaffanculi e sale grosso.

È stato un evento interessante perché ha rivelato, attraverso qualche frase buttata lì o magari studiata apposta, il difetto centrale del buon Pierluigi e l’errore categoriale con cui gli M5S ancora non vogliono fare i conti. Uno più grave, uno magari meno – decidete voi which is which – ma entrambi mattoni utili a spiegare un pezzetto del casino politico di queste settimane, e volendo degli ultimi mesi.  Due errori, tra l’altro, messi bene in mostra da due frasi, una di Bersani e l’altra di Roberta Lombardi, che con variazioni critico/parodistiche sul tema fanno ormai bella mostra di sé in una marea di status e di commenti su Facebook e Twitter.

1) “Guardate che qui non siamo a Ballarò. Qui è una cosa seria.”

La frase con cui Bersani risponde a Lombardi (“L’ho sentita parlare, e mi è sembrato di essere dentro a una puntata di Ballarò”) riassume perfettamente una singolare capacità comunicativa che il csx italiano ha da sempre utilizzato in maniera memorabile: far danni anche quando si sta facendo bene. Quello che dice Bersani è giusto, anche i toni lo sono: guardate che la situazione (parafrasando Flaiano) è grave e pure seria, quindi non è che possiamo star qui a giocare – anzi, inserite la vostra metafora bersaniana preferita.

Epperò così Bersani cade nella trappolina del riferimento a Ballarò. Perché è come se automaticamente concedesse l’imprimatur al leit-motiv grillino della farsa della politica, del “teatrino”, del pidimenoelle: quello che sta dicendo è (anche) “Qui non è come in quelle trasmissioni in cui si mette in scena lo spettacolino della fintapolitica”. Trasmissioni – è il passo logico successivo – a cui però anche il PD, anche Bersani partecipano entusiasticamente e copiosamente. Insomma, in un colpo solo Bersani la fa giusta e la fa sbagliata: si mostra affidabile, consapevole della gravità del momento, ma al tempo stesso autocertifica sé e il suo partito come colonne portanti del sistema “teatrino”. E lasciate stare che ok, i talk show politici spesso sono quantomeno discutibili per formato, modulo ed esposizione: è comunque buttarsi da soli nella trappola dialettica del “sono tutti uguali” – trappola che Bersani dopo smonta in modo anche convincente, ma comunicativamente inefficace: quello che rimarrà nella testa della gente è questo, non il suo rimarcare le “cose fatte”. Perché è inutile: se il campo retorico è quello del “teatrino della vecchia politica”, non c’è niente da fare, Grillo –  come Berlusconi – gioca in un’altra categoria.

2)“Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali.”

In questa frase della cittadina Lombardi c’è buona parte dell’immaginario politico e comunicativo del M5S, dalla rivendicazione orgogliosa della diversità radicale dal sistema dei partiti (“Non siamo un partito/non siamo una casta”) all’identificazione strettissima con il tessuto sociale, con il “popolo”, a voler essere stronzo direi “la gggente” (“siamo cittadini/punto e basta”).

Ora, a parte che si potrebbe anche rimarcare en passant una specie di criptogollismo latente (“Quando vogliamo sapere cosa pensano le parti sociali, lo chiediamo a noi stessi”), vorrei spendere due parole su quello che secondo me è davvero il problema, in questa impostazione qui: e cioè la confusione “categoriale” sul tipo di democrazia in cui ci troviamo e in cui ci muoviamo.

La frase di Lombardi è, a volerla interpretare, un’ammissione: “la democrazia rappresentativa ci fa schifo”. E da un certo punto di vista, niente di nuovo: questi sono sempre stati per la “democrazia diretta”, si sa.

Ma questa frase punta a un livello diverso – e più pericoloso: perché una cosa è parlare di democrazia diretta, un’altra è l’identificazione (al limite dell’interscambiabilità) del popolo con i suoi rappresentanti politici. L’operative word è proprio quella, “rappresentanti”: coloro che “rappresentano” il popolo, cioè coloro a cui il popolo demanda la propria sovranità perché questa possa essere esercitata. Questa dinamica crea la “giusta distanza” su cui si regge il sottile equilibrio della democrazia: il complesso “riconoscersi” degli elettori in coloro a cui porgono il proprio potere, da esercitarsi in loro nome e con limiti precisi. Ma se “noi siamo il popolo”, tutto questo processo scompare – o meglio, è inutile: chi demanda il potere e chi lo assume sono la stessa cosa, quindi non c’è bisogno di procedure, di consultazioni, di controllo, di limiti.

Non è che voglia fare la lezioncina di storia del pensiero politico, per carità, ma capiamoci: la sovranità – e la sua gestione – è una roba complessa, in cui anche e soprattutto le parole pesano moltissimo.  E “Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali” è catchy da morire, avrà un successo clamoroso, ma – a voler essere catastrofici – è l’anticamera della confusione dei poteri e dell’identificazione mistica del popolo nel corpo del sovrano.

Poi s’incazzano se dici che Grillo è di destra.

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2 Pensieri su &Idquo;I stream, you stream, we all stream for ice cream

  1. A mio parere la frase di Bersani voleva dire un’altra cosa: il riferimento era al fatto che i grillini non vanno a Ballarò, e qui a Bersani non gliene frega nulla, se non vogliono andarci che non ci vadano. Ma fare il governo è una cosa seria, rifiutarsi di farne parte, non è come decidere di non andare da Ballarò, che in fonod non gliene frega niente a nessuno. Ecco il problema della “democrazia diretta” di internet e dello streaming: ci illude di capire di più il discorso che si fanno e invece non è così, magari prendiamo delle cantonate pazzesche o, per lo meno, vi sono due opzioni possibili di interpretazione di ciò che è successo entrambe egualmente sostenibili.

    Per quanto riguarda le parti sociali vorrei solo ricordare che si tratta di forme di rappresentanza diverse, di tipo corporativo, che hanno pieno diritto di esistere e se si ritiene di essere interpellate. Le parti sociali non sono il popolo, sono un eufemismo che nasconde il significato “gruppi di interessi”. Da questo punto di vista mi pare che i grillini più che altro abbiano introiettato un significato sbagliato dell’espresisone parti sociali. Confindustria è una parte sociale. Non so se la Lombardi voleva dirci che lei parla con la voce di Confindustria, ma non credo. E con quella frase i grillini oltre al populismo svelano anche una qual certa ignoranza. Che è un altro ottimo motivo per non votarli.

    • Magari Bersani voleva dire un’altra cosa, ma la sequenza della discussione secondo me suggerisce proprio quella cosa lì: una conseguenza inintenzionale, e poco lusinghiera, di un’affermazione. A me è parso proprio una specie di trappolone, quasi un’imbeccata, ma forse pecco nell’attribuire ai grillini eccessivo strategismo.

      Sulle parti sociali, naturalmente hai ragione, ma questo svela una confusione che credo rafforzi quanto sostenevo: prima scambiano la parte per il tutto, poi se ne fanno espressione immediata – in senso forte. Populismo e ignoranza credo anche io, ma – maliziosamente – sospetto anche un utilizzo strategicamente furbetto di certa retorica. Insomma, non so quanto semplice ignoranza e quanto invece far leva sull’ignoranza dei destinatari del messaggio. Messaggio la cui pericolosità, secondo me, non cambia.

      Non è granchè come risposta, lo ammetto, ma mi devo riprendere dall’emozione del primo commento al blog! 😉

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