L’affaire Renzi

Io non sono nessuno, e questo blog lo leggono probabilmente in tre (io, la mia compagna perché l’amore rende ciechi e la mia gatta per farsi due risate come solo i gatti sanno fare), ma su una cosa volevo provare a scrivere qualcosa perché ci sto pensando da un po’ e perché le scene di poche sere fa – la cronistoria la trovate ad esempio qui e qui, un minimo ho partecipato pure io – mi fanno capire che la tensione è arrivata a livelli difficilmente gestibili.

La cosa è questa qui: l’affaire Renzi prima, durante e dopo le primarie, e lo psicodramma seguito alla catastrofe elettorale di fine febbraio.

Con le primarie, Renzi è riuscito nell’ardua impresa di diventare, a neanche quarant’anni, una specie di padre nobile del partito. Gran parte della gestione della campagna, lo stile comunicativo obamianissimo almeno nelle intenzioni, anche e soprattutto il concession speech della sera del due dicembre hanno rappresentato comunque una serie di “momenti fondativi” dall’impatto simbolico non troppo lontano dal mito del Lingotto, e hanno spinto di diritto il sindaco di Firenze fra i principali “azionisti morali” del PD. Anche gli scazzi fra il primo e il secondo turno – le regole per il ballottaggio, il sito per la registrazione, l’inarrivabile Stumpo – parevano svanire in controluce, scacciati da una sensazione di coinvolgimento e partecipazione che restituiva un minimo di quell’entusiasmo politico che sembrava scomparso da mo’ nel csx (per capirci, ricordate su chi ci hanno fatto mettere la crocetta in passato e il cristo con cui si andava al seggio borbottando “Ma diosanto, no, dai, non è possibile, guarda chi mi fan votare pur di non far vincere quell’altro”). Si pensava che sì, è stata una grande prova di democrazia, sì, il popolo della sinistra ha risposto, sì, è stato un confronto anche duro e serrato ma da domani mattina si lavora insieme, fianco a fianco.

Poi venne la campagna elettorale, la vittoria già in tasca sparita come quella moneta da due euro che eri convinto di avere e invece, e i retroscenismi d’assalto (menzione d’onore per il Corriere).

Ecco, vorrei provare a vedere un po’ come si è posizionato Renzi fra le primarie e il voto e fra il voto e il casino attuale, cercando un po’ di equilibrio in quello che si configura davvero come uno psicodramma.

1) Baffino is the new black

Fin da subito Renzi si è premurato di mettere bene in chiaro una cosa: io cercherò in ogni modo di vincere, ovviamente, ma se il vincitore sarà Bersani sarò lealmente al suo fianco e lo sosterrò, senza chiedere premi di consolazione per me. L’atteggiamento è nobile, ma a me questa cosa è sempre parsa un po’ una riproposizione del collaudato schema dalemiano: ok, andate avanti voi, fatevi spazzare via, poi ne riparliamo. Certo, il 3 dicembre Bersani era nell’immaginario collettivo lo stravincitore annunciato, ma che almeno uno fra Grillo e Berlusconi avrebbe fatto un buon risultato creando qualche fastidio in chiave di governabilità lo si intuiva già abbastanza chiaramente. In più, comunque la situazione che il Bersani premier si sarebbe trovato davanti aveva tutti i caratteri della “bella merda”, quindi non era irragionevole pensare che uscirne bene sarebbe stato molto complicato. Perciò sì, onore alla lealtà e alla coerenza di Renzi, e alla sua serietà di “uomo del partito”, ma lo schema dietro – legittimo, naturalmente, e strategicamente comprensibile – lo si intravedeva.

Questo però non ha impedito a Renzi, come dicevo, di comportarsi lealmente col partito e il suo candidato premier durante tutta la campagna elettorale, la fine in particolare: i comizi insieme, le interviste, i “pdbrothers”, tutta roba che ha oggettivamente bagnato le polveri di quelli che cannoneggiavano contro il berluschino che ci si era cresciuti in seno.

Insomma, fra le primarie e il voto Renzi ha unito l’utile e il dilettevole – meglio, l’utile del partito e l’utile suo: finalmente visto come una risorsa (che poi è pur sempre vero che quando ti dicono “Sei una grande risorsa per il partito” vuol dire che si preparano a maciullarti, ma sto divagando), si è fatto trovare pronto quando il mister l’ha chiamato e ha fatto quanto gli veniva chiesto con senso del dovere e spirito di squadra, ma al tempo stesso senza perdere occasione per far passare quel messaggio – “Io comunque son qui per dare una mano, non voglio niente per me” – che si inseriva perfettamente nella sua efficace “narrazione” di outsider. Portava l’acqua, ma al tempo stesso distingueva con precisione il destino suo da quello del gruppo che – sperabilmente – si sarebbe trovato di fronte alla patata bollente assai del governo.

2) E arriva il tranquillo weekend di paura

L’inadeguatezza del gruppo dirigente PD dopo il voto diventa subito evidente: le cifre sono quelle che sono, chiare già lunedì pomeriggio tardi, ma la difficoltà a pronunciare la parola “sconfitta” rivela alcuni problemi di fondo, strutturali proprio. Seguire le dirette dei talk politici è uno strazio: equilibrismi francamente imbarazzanti che ti fanno venire voglia di spegnere, se va bene, o giocare a Kenshiro con la tv se va male. E la conferenza stampa di Bersani, con l’immortale incipit “Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi”, ha come effetto principale quello di evocare un unisono di milioni di voci urlanti “E dillo ‘Abbiam perso’, cazzo!”.

In questo scenario, Renzi sta zitto: sa benissimo che è solo questione di minuti, e la mente di un sacco di gente PD delusa e incazzata sarà attraversata dall’ipotesi fatale. “Ah, se c’era Renzi…”

E infatti.

Bersani è indubitabilmente sconfitto, e l’operazione di sganciamento prospettico dal gruppo dirigente PD inizia a pagare sul serio: diventa pensiero comune che con Renzi candidato premier non solo si vincevano comodamente sia Camera che Senato, ma ci si sbarazzava di Berlusconi (che non si sarebbe candidato, lasciando il PDL nello sfacelo) e si sottraeva l’esclusiva della rottamazione a Grillo.

Praticamente filotto.

3) Il casino

La situazione adesso è quel che è. Bersani segna un punto con la presidenza delle camere, i grillini frastornati aspettano di capire Grillo cosa voglia davvero, il PDL aspetta, tanto che gli frega, Scelta Civica un po’ si spacca e un po’ no. Le consultazioni alla fine confermano quello che si sospettava già prima: gli M5S non sanno bene che pesci pigliare e salvano la faccia con una proposta irricevibile, mentre si ammassano i piani B, C e G (e a questo punto chissà quali altre lettere) del PD, uno più rischioso e meno convincente dell’altro.

In tutto questo, Renzi gioca una partita su due fronti: mantenere alta la tensione, per sottolineare ancora di più il suo ruolo di ultima e unica speranza, ma senza forzare perché deve ancora, sempre e comunque dimostrare di essere davvero “de sinistra” e uomo del partito. Non semplice, ma teoricamente tutto da guadagnare. E invece viene fuori che, in realtà, è un problema.

Il problema – che va molto oltre Renzi – è quello di cui si parlava all’inizio: la tensione che è arrivata a livelli di guardia, e probabilmente li ha anche superati. Tensione fra le due fazioni opposte che sono in questo momento l’obiettivo privilegiato e insieme impossibile del sindaco, da un lato quelli che credono in lui ma non nel PD, non in questo PD, e quelli che credono nel PD ma non in lui dall’altro.

Renzi ha sostenitori “eterodossi” rispetto al partito che hanno creduto molto nel progetto delle primarie, e hanno pensato seriamente di avvicinarsi ad uno schieramento politico di cui prima diffidavano, ma che sono rimasti scottati da un post-primarie apparso come una serie di “regolamenti di conti” da parte del gruppo dirigente filobersaniano – impegnato ad accantonare tutti i punti del programma renziano con un generico “Beh, adesso però smettetela e lasciate fare agli adulti”. Questi potenziali elettori PD si allontanano ogni minuto che passa, perché sono sempre più convinti che l’unica scelta per Renzi sia uscire dal PD e provare a fare altrove ciò che non è riuscito a fare lì dentro. E quindi spingono, spingono per la rottura.

Dall’altra parte, però, ci sono quelli che continuerebbero a considerare Renzi “di destra” anche se andasse a bucare le gomme a Marchionne truccato da Lenin, e anzi lo accuserebbero di starci a provà.

Queste due fazioni sono quelle che Renzi deve convincere, qualcosa di più di una missione impossibile; e la tensione fra di esse si è alzata, si è alzata e ora si fa insopportabile.

4) In conclusione

Il sindaco di Firenze, durante le primarie, ha rappresentato una grande speranza, la speranza per quella cosa che va sotto il nome di “ala liberal” e pensava di aver trovato finalmente la quadratura del cerchio: un leader con carisma e capacità di penetrazione, intorno una squadra competente in grado di mettere insieme un programma innovativo e convincente, e un generale sentore di rinnovamento, di freschezza. Poi si sapeva che magari non si vinceva, ma almeno ci si poteva trovare, riconoscersi, fare la conta e dire “siamo qui, ci siamo anche noi”.

E si è scoperto che si era un buon 40%: non la maggioranza, ma un dato dal significato politico incontestabile.

Il problema, però, è che Renzi ha sostanzialmente rinunciato (almeno per ora, poi vedremo, ma probabilmente è già tardi) a farsi carico di questo 40%, a prenderselo in spalla e a rappresentarlo dentro il partito, dentro il suo gruppo dirigente. Facendosi in qualche modo da parte, probabilmente con l’obiettivo di poter tornare più in là a prendersi tutto il piatto, ha rinunciato a essere il punto di riferimento attivo di un’area nel partito – che non è fare le correnti: le correnti si pesano, si scontrano, vince una e prende tutto.

Costruire un’area nel partito è una cosa diversa. E’ giocare all’interno del perimetro di un partito contendibile, in cui diverse sensibilità non hanno rapporti di forza ma tendono ad una linea di sintesi (fosse facile), ponendo la questione politica dei punti centrali di un programma condiviso, ben al di là del “ora ci siamo noi, si fa così” ripetuto ad libitum anche se con altri protagonisti.

Renzi poteva rimanere in prima fila, e non aleggiare sempre evocato ma praticamente invisibile, accettando apertamente di assumersi questo ruolo, tenendo il punto, facendosi forte della rilevanza politica delle posizioni del suo programma e di chi lo sosteneva. Accettando di essere il capofila di un’area, magari strutturalmente e inevitabilmente minoritaria, ma attiva e persistente, stimolo interno in grado di fornire un contributo decisivo verso una linea politica raffinata, in grado di rinnovarsi e adeguata alla complessità dei tempi e degli spazi sociali.

In prospettiva, potrebbe non essere male l’idea di tornare fra un po’ e provare davvero a prendersi tutto il partito. Certo è che adesso, in un momento cruciale, da liberali dentro il PD non si sta proprio benissimo.

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